John Glenn

Da «L’Europeo», 26 dicembre 1968
ORIANA FALLACI. La scienza in generale non ci ha mai dimostrato che su altri pianeti esiste la vita come sulla Terra. Ma i voli spaziali lo possono, eccome. E il giorno in cui lei incontra su un altro pianeta creature che non so immaginare, chiamiamoli “esseri-non-sappiamo-come”, in qual modo si spiega la Genesi, signor colonnello?
JOHN GLENN. La Bibbia non nega la vita su altri mondi. Le dirò anzi che sarei molto sorpreso di non trovare su altri pianeti ciò che lei chiama “esseri-non-sappiamo-come”. Li troveremo. Se in forma di uomini o vermi, non so immaginarlo: sebbene sia certo che un giorno, tra i milioni e milioni di milioni di corpi celesti, ritroveremo anche l’uomo. Ma so immaginare creature diverse che non si sviluppano col nostro ciclo di acqua e carbone, creature che si nutrono di rocce, che non hanno né sangue né tessuti né organi: e la Bibbia non nega questo. Né nega la possibilità di amarli da veri cristiani.
E se fosse necessario ucciderli, sterminarli, questi fratelli di roccia che non hanno né sangue né tessuti né organi: lei ne soffrirebbe, colonnello?
No, non credo. Sarebbe spiacevole, mi duole solo a pensarci, ma potrei farlo. Sono un uomo che non vorrebbe veder morire nessuno, io: nemmeno alla guerra. Ma certe spedizioni saranno come andare alla guerra, e l’essenza della guerra è la morte. E poi, perché pensa subito che creature di altri pianeti ci debbano essere ostili? Potrebbero essere completamente amichevoli, buone, potremmo non essere costretti a sterminarli. Certo sarei sospettoso, vedendoli, pronto a difendermi. Ma… non lo so, non si sa. Se li trovassimo nel nostro sistema solare… Ma dovremo andare su altri sistemi solari a cercarli: e finché viviamo, io e lei, questo non accadrà. Accadrà tutt’al più fra cent’anni; e cent’anni sono poco, d’accordo. Abbastanza però da lasciarmi con quelle domande e quel sogno. Io dovrò contentarmi di andar sulla Luna.
E non la terrorizza l’idea di andar sulla Luna, affrontare un paesaggio diverso, una solitudine atroce, il dubbio di non ritornare?
Nessuno può essere sicuro al cento per cento del modo in cui reagirà. Ma io sono stato in due guerre, ho sofferto esperienze durissime: e me la sono cavata. Sono stato in volo orbitale, ho affrontato cose difficilissime: e me la sono cavata. Non vedo quindi perché non dovrei cavarmela atterrando lassù. L’allenamento al rischio provoca sempre fiducia in noi stessi e io resto assai calmo quando mi trovo in situazioni insolite. Fino ad oggi siamo stati assai fortunati: sei uomini sono partiti e sei uomini sono tornati. Una enorme fortuna. Ma non sarà sempre così, lo sappiamo. Prima o poi avremo perdite, alcuni di noi moriranno, forse un intero equipaggio, esattamente quello che accade quando si collaudano aerei. Ne vale la pena lo stesso, però. E, poiché ne vale la pena, accetteremo le perdite: continueremo con quelli che restano. Proprio come facciamo nel collaudare aerei. Sono morti tanti piloti nella storia dell’aviazione. Questo non ha fermato l’aviazione.
Giusto. Tuttavia, colonnello, ho una domanda orrenda da farle. Se atterrando sulla Luna si accorgesse di non poter ripartire: si ucciderebbe? Portate un’arma o qualche pillola letale con voi?
Non portiamo nulla, non ce n’è bisogno. Se uno vuole morire non ha che da staccare l’ossigeno, o da alzare il casco, e in pochi minuti è spacciato. E se mi accorgessi di non poter ripartire… La sua è davvero una domanda orrenda… no non credo che mi ucciderei. Lei lo farebbe? Sì? Ma perché? Se fosse sicura di morire comunque, tanto varrebbe tentar di vivere più a lungo possibile. No: io tenterei di durare più a lungo possibile e solo in fondo, ma in fondo, mi lascerei morire. Quando il mio corpo si lascerebbe morire.
E ora mi dica, colonnello: se tal rischio esiste, se tale paura esiste, se il suo mestiere costa fatica e pena e dolore, perché lo fa? Cosa la spinge ad andare lassù? La curiosità? Lo spirito di avventura? La fantasia?
Curiosità, certo. Spirito di avventura… perché no? Fantasia anche. Ma c’è qualcosa di più.
JOHN GLENN. La Bibbia non nega la vita su altri mondi. Le dirò anzi che sarei molto sorpreso di non trovare su altri pianeti ciò che lei chiama “esseri-non-sappiamo-come”. Li troveremo. Se in forma di uomini o vermi, non so immaginarlo: sebbene sia certo che un giorno, tra i milioni e milioni di milioni di corpi celesti, ritroveremo anche l’uomo. Ma so immaginare creature diverse che non si sviluppano col nostro ciclo di acqua e carbone, creature che si nutrono di rocce, che non hanno né sangue né tessuti né organi: e la Bibbia non nega questo. Né nega la possibilità di amarli da veri cristiani.
E se fosse necessario ucciderli, sterminarli, questi fratelli di roccia che non hanno né sangue né tessuti né organi: lei ne soffrirebbe, colonnello?
No, non credo. Sarebbe spiacevole, mi duole solo a pensarci, ma potrei farlo. Sono un uomo che non vorrebbe veder morire nessuno, io: nemmeno alla guerra. Ma certe spedizioni saranno come andare alla guerra, e l’essenza della guerra è la morte. E poi, perché pensa subito che creature di altri pianeti ci debbano essere ostili? Potrebbero essere completamente amichevoli, buone, potremmo non essere costretti a sterminarli. Certo sarei sospettoso, vedendoli, pronto a difendermi. Ma… non lo so, non si sa. Se li trovassimo nel nostro sistema solare… Ma dovremo andare su altri sistemi solari a cercarli: e finché viviamo, io e lei, questo non accadrà. Accadrà tutt’al più fra cent’anni; e cent’anni sono poco, d’accordo. Abbastanza però da lasciarmi con quelle domande e quel sogno. Io dovrò contentarmi di andar sulla Luna.
E non la terrorizza l’idea di andar sulla Luna, affrontare un paesaggio diverso, una solitudine atroce, il dubbio di non ritornare?
Nessuno può essere sicuro al cento per cento del modo in cui reagirà. Ma io sono stato in due guerre, ho sofferto esperienze durissime: e me la sono cavata. Sono stato in volo orbitale, ho affrontato cose difficilissime: e me la sono cavata. Non vedo quindi perché non dovrei cavarmela atterrando lassù. L’allenamento al rischio provoca sempre fiducia in noi stessi e io resto assai calmo quando mi trovo in situazioni insolite. Fino ad oggi siamo stati assai fortunati: sei uomini sono partiti e sei uomini sono tornati. Una enorme fortuna. Ma non sarà sempre così, lo sappiamo. Prima o poi avremo perdite, alcuni di noi moriranno, forse un intero equipaggio, esattamente quello che accade quando si collaudano aerei. Ne vale la pena lo stesso, però. E, poiché ne vale la pena, accetteremo le perdite: continueremo con quelli che restano. Proprio come facciamo nel collaudare aerei. Sono morti tanti piloti nella storia dell’aviazione. Questo non ha fermato l’aviazione.
Giusto. Tuttavia, colonnello, ho una domanda orrenda da farle. Se atterrando sulla Luna si accorgesse di non poter ripartire: si ucciderebbe? Portate un’arma o qualche pillola letale con voi?
Non portiamo nulla, non ce n’è bisogno. Se uno vuole morire non ha che da staccare l’ossigeno, o da alzare il casco, e in pochi minuti è spacciato. E se mi accorgessi di non poter ripartire… La sua è davvero una domanda orrenda… no non credo che mi ucciderei. Lei lo farebbe? Sì? Ma perché? Se fosse sicura di morire comunque, tanto varrebbe tentar di vivere più a lungo possibile. No: io tenterei di durare più a lungo possibile e solo in fondo, ma in fondo, mi lascerei morire. Quando il mio corpo si lascerebbe morire.
E ora mi dica, colonnello: se tal rischio esiste, se tale paura esiste, se il suo mestiere costa fatica e pena e dolore, perché lo fa? Cosa la spinge ad andare lassù? La curiosità? Lo spirito di avventura? La fantasia?
Curiosità, certo. Spirito di avventura… perché no? Fantasia anche. Ma c’è qualcosa di più.











