Pubblicato da Rizzoli nel 1963 e tradotto in sei Paesi, dopo 46 anni ritorna finalmente in libreria Gli antipatici, un’inchiesta formidabile e irriverente che raccoglie diciotto faccia a faccia tra la giovane Fallaci e le star più celebri di quei tempi.
Attori, registi, atleti, scrittori, musicisti, politici, playboy: nessuno viene risparmiato dall’ostinazione e il sense of humour della trentaquattrenne Oriana, già candidata all’Olimpo del giornalismo mondiale.
Con la prefazione di Laura Laurenzi.
Ci sono personaggi sempre sulla bocca di tutti, e dei quali tutto si sa e tutto si dice: «Ovunque si parla di loro, ovunque si discute di loro, delle loro gesta, dei loro amori, delle loro corride, delle loro poesie»: sono gli antipatici, sono le star che occupano sempre le prime pagine della cronaca e dei pettegolezzi, che invadono la vita di chiunque senza chiedere permesso per spiattellare sulla piazza le loro storie, pubbliche o private che siano.
Personaggi bizzarri, che spesso durante gli incontri svelano lati sorprendenti del proprio carattere, pronti a qualunque cosa pur di farsi notare: sono i protagonisti delle diciotto interviste scelte da Oriana tra quelle pubblicate sull’«Europeo» a partire dal 1954.
Ingrid Bergman, Don Jaime de Mora y Aragón, Nilde Iotti, Federico Fellini, Arletty, Baby Pignatari, Catherine Spaak, Gianni Rivera, Afdera Fonda Franchetti, Antonio Ordoñez, Cayetana d’Alba, Salvatore Quasimodo, Jeanne Moreau, Alfred Hitchcock, Anna Magnani, Porfirio Rubirosa, Natalia Ginzburg e Giancarlo Menotti sono le star intervistate in questa raccolta, dove ogni incontro è introdotto da un ritratto basato sull’impressione personale che la Fallaci si è fatta nel corso della conversazione: «ho fatto precedere ogni intervista da una presentazione [...]. Racconta anche altre cose che non sempre hanno a che fare con l’intervista e che, inevitabilmente, contengono un giudizio sull’intervistato. Ciò non piacerà ai cultori del giornalismo obiettivo per i quali il giudizio è mancanza di obiettività: ma la cosa mi turba pochissimo. Quel che essi chiamano obiettività non esiste. L’obiettività è ipocrisia, presunzione: poiché parte dal presupposto che chi fornisce una notizia o un ritratto abbia scoperto il vero del Vero».
E questo giudizio, inutile sottolinearlo, non sarà sempre lusinghiero. Per portare un unico esempio, su Hitchcock che aveva sempre adorato la Fallaci non potrà fare a meno di scrivere: «Ad essere obiettivi, era decisamente schifoso: gonfio, paonazzo, una foca vestita da uomo. Non gli mancavan che i baffi. Da quel grasso di foca il sudore colava copioso ed olioso, in più fumava un puzzolentissimo sigaro che aveva il solo vantaggio di nasconderlo per lunghi secondi dietro una densa nube azzurrina».

Personaggi bizzarri, che spesso durante gli incontri svelano lati sorprendenti del proprio carattere, pronti a qualunque cosa pur di farsi notare: sono i protagonisti delle diciotto interviste scelte da Oriana tra quelle pubblicate sull’«Europeo» a partire dal 1954.
Ingrid Bergman, Don Jaime de Mora y Aragón, Nilde Iotti, Federico Fellini, Arletty, Baby Pignatari, Catherine Spaak, Gianni Rivera, Afdera Fonda Franchetti, Antonio Ordoñez, Cayetana d’Alba, Salvatore Quasimodo, Jeanne Moreau, Alfred Hitchcock, Anna Magnani, Porfirio Rubirosa, Natalia Ginzburg e Giancarlo Menotti sono le star intervistate in questa raccolta, dove ogni incontro è introdotto da un ritratto basato sull’impressione personale che la Fallaci si è fatta nel corso della conversazione: «ho fatto precedere ogni intervista da una presentazione [...]. Racconta anche altre cose che non sempre hanno a che fare con l’intervista e che, inevitabilmente, contengono un giudizio sull’intervistato. Ciò non piacerà ai cultori del giornalismo obiettivo per i quali il giudizio è mancanza di obiettività: ma la cosa mi turba pochissimo. Quel che essi chiamano obiettività non esiste. L’obiettività è ipocrisia, presunzione: poiché parte dal presupposto che chi fornisce una notizia o un ritratto abbia scoperto il vero del Vero».
E questo giudizio, inutile sottolinearlo, non sarà sempre lusinghiero. Per portare un unico esempio, su Hitchcock che aveva sempre adorato la Fallaci non potrà fare a meno di scrivere: «Ad essere obiettivi, era decisamente schifoso: gonfio, paonazzo, una foca vestita da uomo. Non gli mancavan che i baffi. Da quel grasso di foca il sudore colava copioso ed olioso, in più fumava un puzzolentissimo sigaro che aveva il solo vantaggio di nasconderlo per lunghi secondi dietro una densa nube azzurrina».

Molti dei personaggi ritratti in questo libro sono miei amici. O quasi miei amici. O miei possibili amici. Quando non sono miei amici o quasi miei amici o miei possibili amici, sono miei nemici. O quasi miei nemici. O possibili miei nemici che sportivamente però divisero la pena di un incontro difficile: meritandosi un grato rispetto. Escludo quindi di considerarli antipatici nel senso etimologico, categorico che si dà a questa parola. Li considero tali in un altro senso. Ovunque si parla di loro, ovunque si discute di loro, delle loro gesta, dei loro amori, delle loro corride, delle loro poesie, dei loro gol, della loro musica, dei loro comizi, dei loro film, dei loro miliardi, della loro miseria, e la loro celebrità è così vasta, così rumorosa, così esasperante che ci ossessiona, ci tormenta, ci soffoca al punto da farci esclamare “Dio che rompiscatole! Dio che antipatici!” Spiego ciò, prima di qualsiasi altra cosa, non per chiedere scusa a qualcuno di un titolo per cui non devo chieder scusa a nessuno: ma per chiarezza verso coloro che leggono e verso gli stessi antipatici, quasi sempre simpaticissimi. Lo spiego inoltre per prevenire una domanda che ad alcuni brucerebbe la lingua: perché, fra gli antipatici, non mi ci son messa anch’io. Non mi ci son messa perché non sono celebre e di conseguenza sono simpatica. Rompo le scatole, è vero: ma non le rompo facendo parlare di me, dei miei amori, delle mie corride, delle mie poesie, dei miei gol, della mia musica, dei miei comizi, dei miei film, dei miei miliardi, della mia miseria. Le rompo raccontando che le rompono gli altri: come risulta da queste interviste.
Le interviste con gli antipatici sono diciotto e sono state scelte fra quelle pubblicate a suo tempo su L’Europeo. Più che di interviste si tratta di conversazioni registrate col magnetofono, poi tradotte in un dialogo scritto. Più che di conversazioni si tratta di monologhi da me provocati con domande o opinioni: ho sempre pensato che lasciar parlare la gente e riportare con fedeltà quel che dice contribuisca straordinariamente a farne il ritratto. Da questo infatti nacque l’idea del reportage che, cominciato con Ingrid Bergman, andò avanti per mesi. Non con mio grande diletto, però: se far parlare la gente nota è snervante, farla parlare dinanzi a una macchina che registra ogni pausa o sospiro è nel cinquanta per cento dei casi drammatico. La presenza di un microfono imbarazzava all’inizio anche me. Saper che era lì equivaleva a sentirsi spiati, giudicati, ridicoli: non di rado, guardandolo, l’intervistato sbiancava o si inceppava con grave offesa alla sintassi e al buon senso. Se non si inceppava, taceva. Se non taceva, allagava con un caos di parole il microfono e, mentre il nastro girava inesorabilmente, io mi struggevo nel pensiero del poi. Il momento peggiore era poi: quando riascoltavo reticenze e diluvi per tradurli in discorsi normali, ritratti. Ascoltare una persona che parla non è come riascoltarla attraverso una macchina: ciò che odi quando hai un volto davanti non è mai ciò che odi quando davanti hai un nastro che gira. Uno scintillare di occhi, un agitarsi di mani rende a volte accettabile la frase più idiota: ma senza quelle mani, quegli occhi, la frase si denuda in tutta la sua sconcertante idiozia. Al contrario un naso sgradevole, un atteggiamento dimesso svalorizzano a volte la frase più ricca: ma senza quell’atteggiamento, quel naso, la frase riacquista tutta la sua consolante ricchezza. Mi accorsi di questo quando mi accorsi di un’altra cosa importante: che le frasi riportate non bastano a dare l’idea di chi parla, il contorno dei suoi lineamenti, i vestiti che indossa, i gesti che compie, insomma il ritratto completo.
Per completare il ritratto, e non per il gusto di apparire maligna a ogni costo, nel libro ho fatto precedere ogni intervista da una presentazione ora breve e ora lunga che racconta come si arrivò all’intervista, come si svolse, e come si concluse. Racconta anche altre cose che non sempre hanno a che fare con l’intervista e che, inevitabilmente, contengono un giudizio sull’intervistato.
Le interviste con gli antipatici sono diciotto e sono state scelte fra quelle pubblicate a suo tempo su L’Europeo. Più che di interviste si tratta di conversazioni registrate col magnetofono, poi tradotte in un dialogo scritto. Più che di conversazioni si tratta di monologhi da me provocati con domande o opinioni: ho sempre pensato che lasciar parlare la gente e riportare con fedeltà quel che dice contribuisca straordinariamente a farne il ritratto. Da questo infatti nacque l’idea del reportage che, cominciato con Ingrid Bergman, andò avanti per mesi. Non con mio grande diletto, però: se far parlare la gente nota è snervante, farla parlare dinanzi a una macchina che registra ogni pausa o sospiro è nel cinquanta per cento dei casi drammatico. La presenza di un microfono imbarazzava all’inizio anche me. Saper che era lì equivaleva a sentirsi spiati, giudicati, ridicoli: non di rado, guardandolo, l’intervistato sbiancava o si inceppava con grave offesa alla sintassi e al buon senso. Se non si inceppava, taceva. Se non taceva, allagava con un caos di parole il microfono e, mentre il nastro girava inesorabilmente, io mi struggevo nel pensiero del poi. Il momento peggiore era poi: quando riascoltavo reticenze e diluvi per tradurli in discorsi normali, ritratti. Ascoltare una persona che parla non è come riascoltarla attraverso una macchina: ciò che odi quando hai un volto davanti non è mai ciò che odi quando davanti hai un nastro che gira. Uno scintillare di occhi, un agitarsi di mani rende a volte accettabile la frase più idiota: ma senza quelle mani, quegli occhi, la frase si denuda in tutta la sua sconcertante idiozia. Al contrario un naso sgradevole, un atteggiamento dimesso svalorizzano a volte la frase più ricca: ma senza quell’atteggiamento, quel naso, la frase riacquista tutta la sua consolante ricchezza. Mi accorsi di questo quando mi accorsi di un’altra cosa importante: che le frasi riportate non bastano a dare l’idea di chi parla, il contorno dei suoi lineamenti, i vestiti che indossa, i gesti che compie, insomma il ritratto completo.
Per completare il ritratto, e non per il gusto di apparire maligna a ogni costo, nel libro ho fatto precedere ogni intervista da una presentazione ora breve e ora lunga che racconta come si arrivò all’intervista, come si svolse, e come si concluse. Racconta anche altre cose che non sempre hanno a che fare con l’intervista e che, inevitabilmente, contengono un giudizio sull’intervistato.











