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Il sesso inutile - Libro - Oriana Fallaci

Pubblicato nel 1961 da Rizzoli e tradotto in undici Paesi, Il sesso inutile. Viaggio intorno alla donna torna finalmente in libreria. Risultato di un reportage magistrale che Oriana scrisse girando il mondo per l’«Europeo», il libro-inchiesta risponde sul campo ad alcune domande chiave sull’universo femminile. «Dove vivono le donne più felici? E le donne, quando sono felici, perché lo sono e in relazione a che cosa? È possibile individuare un “pianeta delle donne” ben distinto, nei problemi e nelle ambizioni, da un “pianeta degli uomini”?»

Con la prefazione di Giovanna Botteri.

Non fu semplice, per una donna combattiva e indipendente come la Fallaci, proiettarsi psicologicamente in una ricerca simile. Nella prefazione al libro, scriveva infatti: «Per quanto mi è possibile, evito sempre di scrivere sulle donne e sui problemi che riguardano le donne. Non so perché, la cosa mi mette a disagio, mi appare ridicola. Le donne non sono una fauna speciale e non capisco per quale ragione esse debbano costituire, specialmente sui giornali, un argomento a parte: come lo sport, la politica e il bollettino meteorologico».
Ma se in alcune parti del mondo quello femminile era considerato un sesso di second’ordine, magari addirittura inutile, valeva forse la pena di indagare… Da Karachi a New York, passando per India, Indonesia, Hong Kong e Giappone: dopo circa cinquantamila chilometri di viaggio in compagnia del fotografo Duilio Pallottelli, Oriana è tornata con un rapporto originale, imprevedibile e divertente, che apparve in parte sulle colonne dell’«Europeo». E il risultato si spinge al di là delle più cupe aspettative: la donna, in decine di Paesi nel mondo, altro non è che un complemento dell’uomo e della casa, un oggetto senza dignità, senza diritti, e soprattutto senza pretese.
Il suo reportage intorno alla donna non ha nulla del saggio etnologico o folkloristico: è un sorprendente racconto, reso irresistibile dalla sua verve giornalistica, di persone, tradizioni e cose.
Donne d’ogni pelle e sorriso narrano la loro condizione senza remore e ipocrisie, mescolando quel candore e quel tocco di malizia che rendono Il sesso inutile un documento straordinario.



Un corvo, nel buio, gridò come un bambino impazzito. Mi ritrassi di scatto dalla finestra. Del resto, dalla finestra del Beach Luxury Hotel non si vedeva gran che. Doveva esserci il mare da qualche parte, ma non se ne udiva nemmeno il rumore perché l’impianto dell’aria condizionata superava tutti i rumori, escluse le grida dei corvi. Alla finestra c’era una grata fitta, per arrestare le mosche. Oltre la grata si scorgeva, incerto, il giardino: con gli alberi accesi di lampade gialle rosse ed azzurre, gli europei accasciati su poltrone di vimini e intenti ad asciugarsi il sudore con un fazzoletto che indovinavi bagnato. Dalla terrazza che sovrasta l’ingresso del Beach Luxury Hotel, costruito cinquant’anni fa dagli inglesi in un pomposo stile coloniale, si vedeva invece la strada, dove automobili lucide scansavano con sterzate rabbiose i cammelli, e poi si vedeva una distesa di sassi, e poi un deserto di sabbia, e poi uno smorto chiarore che era il centro di Karachi, alle dieci di sera.
Uscii dalla camera e mi incamminai per il corridoio a dimenticare lo smarrimento che ti dà un paese dove non trovi niente di familiare: né l’aria, né le facce, né il cielo che la sera si dipinge di uno scurissimo smalto e di una luna aggressiva come un coltello. Un servo nero ed ossuto era accucciato per terra e mi fissava con immobili occhi pazienti. Dalla porta socchiusa della sua stanza udivo Duilio che fischiettava. Fui per chiamarlo ma cambiai subito idea. Faceva troppo caldo, ero stanca, l’indomani mi attendeva una serie d’appuntamenti noiosi: sarei andata a dormire. Invece, come sempre accade quando avverti nell’aria qualcosa ma non sai bene che cosa, mi sorpresi a scendere in giardino, accasciarmi come gli altri su una poltrona di vimini, domandare un whisky. E fu qui che, alzando uno sguardo distratto, la vidi.
Certo non mi accorsi subito che fosse una donna perché da lontano non sembrava nemmeno una donna: voglio dire qualcosa con un volto, un corpo, due braccia e due gambe. Sembrava un oggetto privo di vita o un pacco fragile e informe che uomini vestiti di bianco conducevano verso l’uscita con enorme cautela, quasi avessero avuto paura di romperlo. Il pacco era coperto, come le statue che si inaugurano in Occidente sulla pubblica piazza, da una cascata di stoffa, e la stoffa era rossa: d’un rosso squillante e sanguigno, interrotto da ricami d’oro e d’argento che si accendevano alla luce delle lampade di bagliori un po’ cupi.
Non si vedeva proprio nulla all’infuori di quel rosso con l’oro e l’argento. Non si vedevano mani, né piedi, né una forma che assomigliasse alla forma di una creatura che tuttavia si muoveva, lentissimamente, come una larva che si trascina in un buco ed ignora cosa l’aspetta nel buco. Dietro veniva un uomo giovane e snello, con la giacca lunga di damasco dorato, i pantaloni dorati e stretti secondo la moda dei pakistani, il volto liscio e rotondo, e una ghirlanda di fiori sopra la testa. Poi venivano altri uomini, alcuni vestiti come lui ma di bianco, altri vestiti all’europea. Poi venivano alcune donne velate, altre in sari, e il corteo procedeva senza rumori o parole o risate in un silenzio da funerale. A convincermi che non si trattasse di un sogno restava soltanto quello stridore di corvi che ora svolazzavano con schiaffi di ali sul pacco. Il pacco però non si curava di loro: allo stesso modo di un oggetto che non vede e non sente.
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