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Il silenzio, «il Bambino» e «l'Alieno» - La vita - Oriana Fallaci

Oriana in posa per Oliviero Toscani davanti alla lavagna con gli appunti di Insciallah

Il silenzio, «il Bambino» e «l'Alieno» - La vita - Oriana Fallaci

Con i caratteristici occhiali da sole e uno dei suoi adorati cappelli

Il silenzio, «il Bambino» e «l'Alieno» - La vita - Oriana Fallaci

Uno scatto di Angelo Cozzi, accolto nella casa di Oriana a Greve in Chianti

Il silenzio, «il Bambino» e «l'Alieno» - La vita - Oriana Fallaci

Il suo sguardo intenso in un altro scatto di Cozzi

Il silenzio, «il Bambino» e «l'Alieno» - La vita - Oriana Fallaci

Il silenzio, «il Bambino» e «l'Alieno» - La vita - Oriana Fallaci

Due immagini di Oriana a New York immortalata da Oliviero Toscani

Tra gli anni Settanta e Ottanta la Fallaci è sulla cresta dell’onda. Lettera a un bambino mai nato e Un uomo sono tradotti e pubblicati in tutto il mondo e i suoi articoli e le sue interviste appaiono sulle più prestigiose testate internazionali. È un fenomeno inaudito per un giornalista italiano: figuriamoci per una giornalista. «Life», «New York Times Magazine», «Look», «The New Republic», «Washington Post», «Newsweek», «Le Nouvel Observateur», «Le Figaro littéraire», «Der Stern» e molti altri giornali concedono parecchio spazio agli scritti della Fallaci; inoltre, e soprattutto in America, sono frequenti i ritratti e gli speciali a lei dedicati: da «Time» a «Vogue», da «Rolling Stone» a «Playboy», pagine e pagine per raccontare la sua vita, il percorso professionale e, più in generale, quello che è diventato il caso Fallaci.
La fama la porta, nel 1977, a ricevere la laurea honoris causa in Letteratura dal Columbia College di Chicago. E, mentre la Boston University comincia a raccogliere e catalogare il suo lavoro e l’infinito numero di bozze che lo preparano – la ricerca di perfezione ha sempre spinto Oriana e leggere e rileggere decine di volte ogni scritto prima di affidarlo alle stampe –, nelle università americane le lectures della Fallaci sono sempre più richieste.
Maturano in questi anni l’amore di Oriana per gli Stati Uniti e il conseguente allontanamento dalla sua Italia, e dalla sua adorata Firenze in particolare. Fino alla fine degli anni Ottanta continua comunque a dividersi tra la villa di famiglia di Greve in Chianti, l’appartamento di Milano e la casa di Manhattan, ma progressivamente tenderà a prediligere quest’ultima soluzione di «ritiro».
Con la pubblicazione di Insciallah (Rizzoli, 1990), romanzo monumentale sul conflitto in Libano, la guerra torna a farsi protagonista dei suoi scritti. Partendo dall’attacco terroristico che aveva causato centinaia di morti tra le truppe americane e francesi, la Fallaci descrive le giornate sospese e tragiche dei contingenti italiani in missione di pace, affrontando per la prima volta una questione che sarà al centro dei suoi ultimi libri: il fondamentalismo islamico. Insciallah, però, più che una cronaca degli scontri di Beirut è una trasfigurazione della vita e dell’odio che, rifacendosi alla legge matematica di Bolzmann, deve all’assurdità del caso ogni accadimento. I soldati italiani, in bilico tra la vita e la morte, tra la paura e il bisogno di trovare delle spiegazioni a una realtà paradossale, sopravvivono nella speranza che un improvviso colpo del fato non li cancelli per sempre: e nel frattempo attendono che qualcosa cambi, senza però sapere né cosa né in che modo.
In seguito all’attesissima uscita di Insciallah (Un uomo era stato pubblicato ben undici anni prima), Oriana si ritira in modo quasi permanente a New York. I suoi viaggi in Italia si fanno via via più sporadici o segreti («quando mi manca Firenze anzi la mia Toscana, cosa che mi accade con ancor maggior frequenza, non ho che saltare su un aereo e venirci. Di soppiatto, però, come faceva Mazzini ogni volta che lasciava Londra per recarsi a Torino e visitar clandestinamente la Sidoli»), ma il suo spirito d’appartenenza si rafforza, facendola sentire per sempre e prima di tutto fiorentina («Sono nata a Firenze. Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento. Fiorentina è la mia cultura e la mia educazione. All’estero quando mi chiedono a quale paese appartengo, rispondo: Firenze. Non: Italia. Perché non è la stessa cosa»).
La scelta di New York è anche dovuta al radicato senso di democrazia che aveva sempre invidiato agli States e alla stessa tradizione newyorkese, che «è sempre stata il Refugium Peccatorum dei fuoriusciti, degli esiliati»: motivi per i quali la brownstone nell’Upper East Side diventa la sua nuova dimora.
Tra il 1991 e il 1992 entrano di prepotenza nella sua vita due elementi che l’accompagneranno fino alla morte. Il primo è il cancro, o meglio «l’Alieno», come Oriana preferisce chiamarlo. Il secondo, che lei definisce «il mio Bambino», è un’impresa memorabile cui meditava di dedicarsi da tempo: la stesura di una grande saga sulla sua famiglia che attraversasse i secoli a partire dalla storia di Ildebranda, lontana ava condannata per stregoneria nel Seicento, fino ad arrivare alla propria infanzia, alla prima metà del Novecento.
Il romanzo, anch’esso davvero monumentale e di notevole complessità strutturale, punta a focalizzare tutti i «passaggi nel Tempo» che hanno fatto sì che lei potesse nascere, ponendo particolare attenzione ai momenti della storia che rischiarono di interrompere la catena («Ciascuno di noi nasce dall’uovo nel quale si sono uniti i cromosomi del padre e della madre, a loro volta nati da uova nelle quali s’erano uniti i cromosomi dei loro genitori. Se cambia il padre o la madre, dunque, cambia l’unione dei cromosomi e l’individuo che avrebbe potuto nascere non nasce più. Al suo posto ne nasce un altro e la progenie che ne deriva è diversa dalla progenie che avrebbe potuto essere»).
Oriana è quasi ossessionata da quello che immagina sarà il suo ultimo libro, e a causa dell’età e della malattia nel prologo al libro afferma che «il futuro s’era fatto corto» e «sfuggiva di mano con l’inesorabilità della sabbia che cola dentro una clessidra»: passa intere giornate nelle biblioteche e negli archivi dei vari luoghi che fanno da cornice alle vicende del romanzo (considerando soltanto l’Italia, Panzano e il Chianti, Firenze, Livorno, Pisa, le valli valdesi, Torino, Rimini, Venezia, Cesena), consulta esperti, ricerca libri di storia rari e spesso estremamente settoriali; e ciò, inevitabilmente, la porta a una sorta di esilio, se non altro dai dibattiti italiani e mondiali. Soltanto i rapporti con la società americana non si troncano, ma certamente si diradano sempre più con l’andare degli anni.
Rilascia alcune interviste sulla sua malattia, «questo alieno» che, dichiara, «attacca la mia vita»; su un punto la Fallaci non ha dubbi: sulla scarsa attenzione di cui deve essere degnato il cancro, che ai suoi occhi assume fattezze quasi umane, e che di conseguenza può essere distrutto.
Convinta di essersi ammalata «sotto la nuvola nera del Kuwait», rinuncia spesso alle terapie temendo non le sia sufficiente, per concludere il romanzo, il tempo che le rimane da vivere; continua a fumare ininterrottamente i suoi sigarilli Nat Sherman, recuperati nell’unico tabaccaio di New York che ne è fornito. Ne acquista ogni volta numerose stecche per interrompere il meno possibile il proprio lavoro; chiusa in casa, avvolta dalla solitudine che le è sempre stata cara, scrive per ore e ore alla scrivania con la sua Olivetti Lettera 32.
Ma il settembre del 2001 avrebbe messo gravemente a repentaglio la gravidanza del suo «bambino di carta», facendole temere «l’aborto».
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