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La carriera giornalistica - La vita - Oriana Fallaci

Angelo Rizzoli bacia una giovanissima Oriana

La carriera giornalistica - La vita - Oriana Fallaci

Un bellissimo scatto di Ugo Mulas

La carriera giornalistica - La vita - Oriana Fallaci

In posa alla sua macchina da scrivere per un servizio di «Amica» del 1962

La carriera giornalistica - La vita - Oriana Fallaci

A Cannes con Alfred Hitchcock nel 1963

La carriera giornalistica - La vita - Oriana Fallaci

L’intervista a Paul Newman nel 1963

La carriera giornalistica - La vita - Oriana Fallaci

Un'immagine divertente della giovane Oriana

È il 1954 quando si trasferisce a Roma e viene assunta da Arrigo Benedetti, all’epoca direttore dell’«Europeo», per occuparsi di «fatti romani» per la prestigiosa rivista.
«Qui mi stabilii in una cameretta d’affitto e vissi un anno» racconta in seguito. È il periodo della dolce vita e Oriana si lascia attrarre dal mondo spesso frivolo dello spettacolo. Non vi si sente a suo agio, ma con la consueta determinazione vi si getta a capofitto. Per far suo quel mondo lo deve capire, e per arrivare a comprenderlo deve frequentare i personaggi che lo rendono così irresistibilmente leggero – a volte fino a sfiorare un’involontaria comicità.
È allora che la Fallaci comincia a elaborare e mettere a punto quel modo inedito di realizzare le sue interviste che nel giro di pochi anni l’avrebbe resa celebre e proiettata – pur essendo una donna alle prese con una professione quasi esclusivamente maschile – ai vertici del giornalismo mondiale.
Una tecnica unica, quella che Oriana crea gradualmente negli anni Cinquanta e sviluppa in totale autonomia tra gli anni Sessanta e Settanta. Come testimoniano molti degli appunti su quaderni e agende recuperati dal nipote ed erede testamentario Edoardo Perazzi dopo la morte della zia, le interviste venivano studiate a lungo a tavolino. Se ne è potuto avere un’idea grazie al ciclo di mostre realizzato nel corso del 2007 (che ha dato vita al catalogo Oriana Fallaci. Intervista con la Storia), con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, in collaborazione con RCS, nelle città che hanno avuto maggior significato nella vita di Oriana (New York, Milano, Roma, Firenze). Una parte di quel materiale di preparazione è stato esposto e reso accessibile ai tanti visitatori: numerose stesure del testo di base, traduzioni, frequenti e spesso decise cancellature, varianti infinite per affrontare al meglio lo stato d’animo dell’intervistato, combinazioni aperte per spingere su uno piuttosto che l’altro tasto. Tutto ciò per mettere in crisi la «vittima», farla ridere e poi temere, affascinarla e mostrarsi a sua volta affascinata, incanalare il discorso in modo da correre a fianco del politico o della star sotto torchio, spingerlo nella direzione che mai avrebbe voluto intraprendere; infine infliggere i decisivi colpi finali, attaccandolo sui suoi stessi errori, fino a far rivelare il lato più oscuro della propria mente. Una sorta di interrogatorio non violento, in cui girando e rigirando attorno al problema il colpevole finisce per confessare senza neanche accorgersene. «Per esser buona un’intervista deve infilarsi, affondarsi, nel cuore dell’intervistato» dirà Oriana nel 2004 in Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse.
Nel periodo romano, armata di registratore e microfono, la Fallaci affronta i divi stranieri che lavorano a Cinecittà senza tralasciare i grandi personaggi del cinema italiano di quegli anni: Mastroianni, Totò, Fellini e Anna Magnani rappresentano solo alcuni esempi. Le sue interviste fanno clamore perché segnano la differenza con quelle degli altri giornalisti, «L’Europeo» le pubblica con grande rilievo contribuendo alla fama degli intervistati ma anche dell’intervistatrice. Con molti di quei personaggi nasce un’amicizia che durerà nel tempo.
Un anno dopo, nel 1955, Oriana è chiamata alla redazione milanese del giornale. È contenta di cambiare città, nonostante non sia particolarmente attratta da Milano; più che altro sogna di visitare altri Paesi e spera che grazie all’incarico milanese le sia data la possibilità di viaggiare per il mondo.
Ricorderà in seguito: «A viaggiare, del resto, avevo incominciato molto presto: da sola. A 18 anni ero stata in Inghilterra, in Irlanda, in Francia: “per vedere”. E anche perché ci tenevo a conoscere i Paesi che, sotto il fascismo, mio padre citava sempre come “i Paesi della democrazia”. Io non avevo conosciuto la democrazia. Ero nata quando Mussolini era già al potere da tempo e, sotto la sua dittatura, ero cresciuta. Comunque, abitando come base a Milano, viaggiavo molto per “L’Europeo”. Nel 1955 fui per la prima volta negli Stati Uniti».
Ecco il primo sogno realizzarsi: gli Stati Uniti sembravano un traguardo irraggiungibile, ci arriva invece nel 1955 e ci torna più volte negli anni immediatamente successivi, sempre con lo scopo di conoscere – e smascherare – i personaggi di spicco del panorama americano della politica e dello spettacolo.
Facendo tesoro della stagione romana e degli incontri avvenuti durante i frequenti viaggi in America, nasce il reportage Hollywood vista dal buco della serratura, che diventerà il primo libro di Oriana pubblicato da Longanesi nel 1958 con il titolo I sette peccati di Hollywood.
Continua nel frattempo la collaborazione, sempre più intensa, con «L’Europeo». A Oriana viene affidata un’inchiesta sul ruolo delle donne e sul loro modo di vivere dall’altra parte del mondo, in Oriente. Così la stessa Fallaci narra quel viaggio, e quello che ne scaturì: «E, mi pare nel 1960, feci il mio primo giro del mondo: per scrivere delle donne. Fui in Medio Oriente, in Oriente. Ne cavai un lungo reportage (Viaggio intorno alla donna) e poi il libro Il sesso inutile». Era il secondo libro di Oriana, e il primo pubblicato per Rizzoli nel 1961: di lì in avanti il rapporto tra autore ed editore non si sarebbe mai interrotto.
Le numerose interviste e curiosità pubblicate per «L’Europeo» tra il 1958 e il 1963, arricchite di nuove riflessioni e rielaborate, sono raccolte in volume da Rizzoli nel 1963, con il titolo Gli antipatici. Tra considerazioni critiche e descrizioni irriverenti, il mondo dello spettacolo è «radiografato» e messo alla gogna senza filtri da un giornalista. Anzi, ed è importante sottolinearlo di nuovo, da una giornalista.
Oriana conquista infatti un territorio professionale che, fino a quel momento, è sempre stato prerogativa maschile. Ciò concorre non poco a creare la figura della Fallaci, sia agli occhi del mondo, sia nelle dinamiche più personali che forgiano il suo carattere indomito. Una giornalista sempre in viaggio, abituata a visitare i Paesi più lontani, capace di denunciare i maltrattamenti inflitti alle donne e a schierarsi senza problemi contro gli uomini, diventa un personaggio scomodo. Ma questo non la frena, anzi le dà la forza di proseguire e di entrare in piena competizione con i suoi colleghi maschi.
Ma c’è un altro ambito che in quegli anni coltiva e dove sente di poter esprimere al meglio la sua vocazione: «Il giornalismo all’inizio per me fu un compromesso, un mezzo per arrivare alla letteratura»; sono le sue stesse esperienze di lavoro e di vita a fornirle la materia prima per scrivere e pubblicare nel 1962, sempre con Rizzoli, il suo primo romanzo Penelope alla guerra. Affresco coraggioso e cosmopolita capace di precorrere i tempi, narra la storia di un triangolo amoroso a New York giocato tra Giovanna (Giò), giovane donna audace e disinibita alla ricerca della propria indipendenza sessuale ed economica, e due ragazzi omosessuali che vivono della loro arte.
Una narrazione che rivendica con voce coerente e decisa – come già era avvenuto nell’inchiesta del Il sesso inutile – il ruolo della donna nella società, indicando i primi passi del cambiamento e dell’emancipazione dai vincoli della famiglia e delle tradizioni.
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