Pubblicato da Rizzoli nel 2004 e tradotto in undici Paesi, nel pamphlet La Forza della Ragione Oriana Fallaci torna ad affrontare il dibattito sul terrorismo islamico, riprendendo il discorso cominciato nella Rabbia e l’Orgoglio.
Un altro libro fortemente polemico, in cui il furente appello alle coscienze non ruota più attorno all’urgenza di ritrovare l’orgoglio di reagire, ma alla ragionevolezza necessaria alla sopravvivenza della cultura occidentale.
Dopo il vigoroso ritorno sulla scena internazionale provocato dall’attacco terroristico al World Trade Center, Oriana aveva deciso di chiudere di nuovo «la porta» del mondo per tornare alla solitudine e al romanzo sulla sua famiglia che la impegnava da un decennio.
Ma La Rabbia e l’Orgoglio aveva innescato una serie infinita di polemiche, di lodi e accuse, attestati di stima e rimproveri, che non potevano consentirle di abbandonare la strada dell’invettiva; i suoi articoli pubblicati tra 2001 e 2004 suscitavano una eco clamorosa, siti internet, blog e manifestazioni raccoglievano lettori e oppositori di tutto il mondo.
E la Fallaci non poteva né voleva abbandonare la sua missione. Nel 2004 dunque, continuando a percorrere la via intrapresa nella Rabbia e l’Orgoglio, era nato il secondo libro di quella che pochi mesi dopo sarebbe diventata una trilogia: La Forza della Ragione.
Cassandra, colei che vede il futuro ma non viene ascoltata dal popolo, è sostituita da Mastro Cecco, bruciato dagli inquisitori che non volevano credere alle sue scomode verità. La Fallaci, contro l’Inquisizione del politically correct del Ventunesimo secolo, si fa allora Mastra Cecca, e come tale si dichiara pronta a bruciare per il bene dell’Occidente, opponendosi fermamente all’oscurantismo islamico dell’integralismo religioso e al ruolo sottoposto, negato e calpestato della donna in quelle società.
Affermando di sentirsi «atea-cristiana» e affrontando senza peli sulla lingua i motivi dell’impossibilità di una convivenza serena tra due culture tanto lontane, Oriana snocciola tutti i punti critici originati dal contatto tra due mondi che non potranno mai trovare un compromesso pacifico; tutto ciò temendo l’insorgere di situazioni apocalittiche in cui l’Occidente vivrà annichilito dalla paura e l’Islam non fermerà la sua avanzata finché l’avrà privato di tutto quello che ha costruito nei secoli, e della democrazia in particolare.

Ma La Rabbia e l’Orgoglio aveva innescato una serie infinita di polemiche, di lodi e accuse, attestati di stima e rimproveri, che non potevano consentirle di abbandonare la strada dell’invettiva; i suoi articoli pubblicati tra 2001 e 2004 suscitavano una eco clamorosa, siti internet, blog e manifestazioni raccoglievano lettori e oppositori di tutto il mondo.
E la Fallaci non poteva né voleva abbandonare la sua missione. Nel 2004 dunque, continuando a percorrere la via intrapresa nella Rabbia e l’Orgoglio, era nato il secondo libro di quella che pochi mesi dopo sarebbe diventata una trilogia: La Forza della Ragione.
Cassandra, colei che vede il futuro ma non viene ascoltata dal popolo, è sostituita da Mastro Cecco, bruciato dagli inquisitori che non volevano credere alle sue scomode verità. La Fallaci, contro l’Inquisizione del politically correct del Ventunesimo secolo, si fa allora Mastra Cecca, e come tale si dichiara pronta a bruciare per il bene dell’Occidente, opponendosi fermamente all’oscurantismo islamico dell’integralismo religioso e al ruolo sottoposto, negato e calpestato della donna in quelle società.
Affermando di sentirsi «atea-cristiana» e affrontando senza peli sulla lingua i motivi dell’impossibilità di una convivenza serena tra due culture tanto lontane, Oriana snocciola tutti i punti critici originati dal contatto tra due mondi che non potranno mai trovare un compromesso pacifico; tutto ciò temendo l’insorgere di situazioni apocalittiche in cui l’Occidente vivrà annichilito dalla paura e l’Islam non fermerà la sua avanzata finché l’avrà privato di tutto quello che ha costruito nei secoli, e della democrazia in particolare.

Io sono un’atea cristiana. Non credo in ciò che indichiamo col termine Dio. L’ho già scritto nella mia prima «Sfera Armillare». Dal giorno in cui m’accorsi di non crederci, (cosa che avvenne assai presto cioè quando da ragazzina incominciai a logorarmi sull’atroce dilemma ma-Dio-c’è-o-non-c’è), penso che Dio sia stato creato dagli uomini e non viceversa. Penso che gli uomini lo abbiano inventato per solitudine, impotenza, disperazione. Cioè per dare una risposta al mistero dell’esistenza, per attenuare le irresolubili domande che la vita ci butta in faccia... Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Che cosa c’era prima di noi e di questi mondi, miliardi di mondi, che con tanta precisione girano nell’universo. Che cosa ci sarà dopo... Penso che l’abbiano inventato anche per debolezza, cioè per paura di vivere e di morire. Vivere è molto difficile, morire è sempre un dispiacere, e il concetto d’un Dio che aiuta ad affrontare le due imprese può dare un sollievo infinito: lo capisco bene. Infatti invidio chi crede. A volte ne sono addirittura gelosa. Mai, però, fino a maturare il sospetto quindi la speranza che quel Dio esista. Che con tutti quei miliardi di mondi abbia il tempo e il modo per rintracciare me, occuparsi di me. Ergo, me la cavo da sola. Quasi ciò non bastasse, sopporto male le chiese. I loro dogmi, le loro liturgie, la loro presunta autorità spirituale, il loro potere. E coi preti vado poco d’accordo. Perfino quando si tratta di persone intelligenti o innocenti non riesco a dimenticare che stanno al servizio di quel potere, e v’è sempre il momento in cui l’antiquato anticlericalismo riaffiora. Un momento in cui sorrido al fantasma del mio nonno materno che era un anarchico ottocentesco e cantava: «Con le budella dei preti impiccheremo i re». Tuttavia, ripeto, sono cristiana.
Lo sono anche se rifiuto vari precetti del cristianesimo. Ad esempio la faccenda del porgere l’altra guancia, del perdonare. (Errore che incoraggia la cattiveria e che non commetto mai). E lo sono perché il discorso che sta alla base del cristianesimo mi piace. Mi convince. Mi seduce a tal punto che non vi trovo alcun contrasto col mio ateismo e il mio laicismo. Parlo del discorso fatto da Gesù di Nazareth, ovvio, non di quello elaborato o distorto o tradito dalla Chiesa Cattolica ed anche dalle Chiese Protestanti. Il discorso, voglio dire, che scavalcando la metafisica si concentra sull’Uomo. Che riconoscendo il libero arbitrio cioè rivendicando la coscienza dell’Uomo ci rende responsabili delle nostre azioni, padroni del nostro destino. Ci vedo un inno alla Ragione, al raziocinio, in quel discorso. E poiché ove c’è raziocinio c’è scelta, ove c’è scelta c’è libertà, ci vedo un inno alla Libertà. Nel medesimo tempo ci vedo il superamento del Dio inventato dagli uomini per solitudine, impotenza, disperazione, debolezza, paura di vivere e di morire. Ci vedo l’oscuramento del Dio astratto onnipotente spietato di quasi tutte le religioni. Zeus che incenerisce con i suoi fulmini, Geova che ricatta con le sue minacce e le sue vendette, Allah che soggioga con le sue crudeltà e le sue insensatezze. E al posto di quei tiranni invisibili, intangibili, un’idea che nessuno aveva mai avuto comunque mai divulgato. L’idea del Dio che diventa Uomo ossia l’idea dell’Uomo che diventa Dio, Dio di sé stesso. Un Dio con due braccia e due gambe, un Dio di carne che va in giro a fare o tentar di fare la Rivoluzione dell’Anima. Che parlando d’un Creatore assiso in Cielo (sennò chi ascolterebbe, chi capirebbe?) si presenta come suo figlio e spiega che tutti gli uomini sono suoi fratelli, quindi a loro volta figli di quel Dio e in grado di esercitare la loro essenza divina. Esercitarla predicando il Bene che è frutto della Ragione, della Libertà, distribuendo l’Amore che prima d’essere un sentimento è un ragionamento. Un sillogismo anzi un entimèma da cui deduci che la bontà è intelligenza e la cattiveria è cretineria. Un Dio, infine, che il dramma dell’Etica lo affronta da uomo. Col cervello di un uomo, il cuore di un uomo, le parole di un uomo, i gesti di un uomo, ed altro che mitezza! Altro che dolcezza, tenerezza, lasciate-che-i-pargoli-vengano-a-me! Come un uomo prende a botte i farisei e i rabbini che fanno mercimonio della religione. Come un uomo affronta il tema del laicismo che San Paolo svilupperà. Date-a-Cesare-quel-che-è-di-Cesare-e-a-Dio-quel-ch’è-di-Dio. Come un uomo ferma i vigliacchi che stanno per lapidare l’adultera: chi-è-senza-peccato-scagli-la-prima-pietra. Come un uomo tuona contro la schiavitù, e chi aveva mai tuonato contro la schiavitù?!? Chi aveva mai detto che la schiavitù è inaccettabile inammissibile inconcepibile? Come un uomo, in breve, si batte. Si rode, tribola, sbaglia, soffre, certamente pecca, e infine muore. Senza morire perché la vita non muore. Rinasce sempre, resuscita sempre, è eterna. E, insieme al discorso sulla Ragione, l’idea della Vita che non muore è il punto che mi convince di più. Che mi seduce di più. Perché in essa vedo il rifiuto della Morte, l’apoteosi della Vita. La passione per la Vita che è cattiva, sì, mangia sé stessa, ma è Vita e il contrario della Vita è il nulla. I principii, insomma, che stanno alla base della nostra civiltà.
Lo sono anche se rifiuto vari precetti del cristianesimo. Ad esempio la faccenda del porgere l’altra guancia, del perdonare. (Errore che incoraggia la cattiveria e che non commetto mai). E lo sono perché il discorso che sta alla base del cristianesimo mi piace. Mi convince. Mi seduce a tal punto che non vi trovo alcun contrasto col mio ateismo e il mio laicismo. Parlo del discorso fatto da Gesù di Nazareth, ovvio, non di quello elaborato o distorto o tradito dalla Chiesa Cattolica ed anche dalle Chiese Protestanti. Il discorso, voglio dire, che scavalcando la metafisica si concentra sull’Uomo. Che riconoscendo il libero arbitrio cioè rivendicando la coscienza dell’Uomo ci rende responsabili delle nostre azioni, padroni del nostro destino. Ci vedo un inno alla Ragione, al raziocinio, in quel discorso. E poiché ove c’è raziocinio c’è scelta, ove c’è scelta c’è libertà, ci vedo un inno alla Libertà. Nel medesimo tempo ci vedo il superamento del Dio inventato dagli uomini per solitudine, impotenza, disperazione, debolezza, paura di vivere e di morire. Ci vedo l’oscuramento del Dio astratto onnipotente spietato di quasi tutte le religioni. Zeus che incenerisce con i suoi fulmini, Geova che ricatta con le sue minacce e le sue vendette, Allah che soggioga con le sue crudeltà e le sue insensatezze. E al posto di quei tiranni invisibili, intangibili, un’idea che nessuno aveva mai avuto comunque mai divulgato. L’idea del Dio che diventa Uomo ossia l’idea dell’Uomo che diventa Dio, Dio di sé stesso. Un Dio con due braccia e due gambe, un Dio di carne che va in giro a fare o tentar di fare la Rivoluzione dell’Anima. Che parlando d’un Creatore assiso in Cielo (sennò chi ascolterebbe, chi capirebbe?) si presenta come suo figlio e spiega che tutti gli uomini sono suoi fratelli, quindi a loro volta figli di quel Dio e in grado di esercitare la loro essenza divina. Esercitarla predicando il Bene che è frutto della Ragione, della Libertà, distribuendo l’Amore che prima d’essere un sentimento è un ragionamento. Un sillogismo anzi un entimèma da cui deduci che la bontà è intelligenza e la cattiveria è cretineria. Un Dio, infine, che il dramma dell’Etica lo affronta da uomo. Col cervello di un uomo, il cuore di un uomo, le parole di un uomo, i gesti di un uomo, ed altro che mitezza! Altro che dolcezza, tenerezza, lasciate-che-i-pargoli-vengano-a-me! Come un uomo prende a botte i farisei e i rabbini che fanno mercimonio della religione. Come un uomo affronta il tema del laicismo che San Paolo svilupperà. Date-a-Cesare-quel-che-è-di-Cesare-e-a-Dio-quel-ch’è-di-Dio. Come un uomo ferma i vigliacchi che stanno per lapidare l’adultera: chi-è-senza-peccato-scagli-la-prima-pietra. Come un uomo tuona contro la schiavitù, e chi aveva mai tuonato contro la schiavitù?!? Chi aveva mai detto che la schiavitù è inaccettabile inammissibile inconcepibile? Come un uomo, in breve, si batte. Si rode, tribola, sbaglia, soffre, certamente pecca, e infine muore. Senza morire perché la vita non muore. Rinasce sempre, resuscita sempre, è eterna. E, insieme al discorso sulla Ragione, l’idea della Vita che non muore è il punto che mi convince di più. Che mi seduce di più. Perché in essa vedo il rifiuto della Morte, l’apoteosi della Vita. La passione per la Vita che è cattiva, sì, mangia sé stessa, ma è Vita e il contrario della Vita è il nulla. I principii, insomma, che stanno alla base della nostra civiltà.











