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La Rabbia e l'Orgoglio - Libro - Oriana Fallaci

Per la prima volta in Bur, a otto anni dalla tragedia delle Twin Towers ritorna La Rabbia e l’Orgoglio. Un pamphlet feroce, un attacco senza sconti al fondamentalismo islamico che segnò il veemente ritorno della Fallaci sulla scena internazionale dopo dieci anni di silenzio totale.
«Il puzzo della morte entrava dalle finestre, dalle strade deserte giungeva il suono ossessivo delle ambulanze...»: questo «piccolo libro», come l'autrice stessa amava definirlo, ebbe un successo clamoroso in Italia e nei sedici Paesi in cui fu tradotto, e le polemiche cui diede vita dividono ancora oggi l'opinione pubblica.

Con la prefazione di Ferruccio de Bortoli.

Oriana Fallaci aveva «scelto l’esilio». Dopo la pubblicazione di Insciallah nel 1990 si era trasferita praticamente in via definitiva nella sua brownstone di Manhattan, dopo aveva intrapreso quasi in contemporanea la terribile lotta contro il cancro e la lunga lavorazione a Un cappello pieno di ciliege, la grande saga sulla storia della propria famiglia.
Aveva chiuso la porta della popolarità, e si era ritirata a una sorta di vita privata che le permettesse di scrivere avvolta dalla solitudine che aveva sempre sognato: soltanto lei, «l’Alieno» da distruggere e decine di personaggi che affioravano di giorno in giorno da tempi lontani.
Ma vivere a New York l’attentato al World Trade Center non poteva lasciare indifferente uno spirito indomito come quello di Oriana, che si trovò di fronte a una vera e propria missione da compiere, per cui combattere: forse l’ultima.
«Vi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre»: queste le parole che introducono il lungo articolo apparso sul «Corriere della Sera» il 29 settembre 2001; articolo che sarà poi ampliato e arricchito dall’autrice e finirà per diventare, nel giro di neanche due mesi, un «piccolo libro» capace di superare il milione di copie e suscitare infinite polemiche.
Partendo dall’attacco terroristico, la Fallaci affrontava – disinteressandosi completamente del politically correct e delle mezze parole che aveva sempre odiato – la spinosa tematica del fondamentalismo religioso, delle diversità che rendono inconciliabili la cultura orientale e occidentale, dell’impossibilità di convivenza tra popoli ospitanti pigri e sprovveduti e immigrati islamici insensibili al concetto d’integrazione.
Il libro scatenò reazioni estreme: da una parte i lettori che divennero suoi seguaci, che videro nella Fallaci una Cassandra che non poteva limitarsi ad affidare al vento parole di libertà tanto lungimiranti; dall’altra i denigratori, che intesero le pagine di «Oriana» come pure istigazioni all’odio e alla xenofobia.
L’unico punto che riunì i due schieramenti fu la nuova attenzione dedicata alla questione dell’immigrazione: da argomento tabù e particolarmente scomodo, che si preferiva quindi non affrontare, divenne tema scottante dei dibattiti italiani prima, e mondiali poi.



La vigilia della catastrofe pensavo a ben altro: lavoravo al romanzo che chiamo il-mio-bambino. Un romanzo molto corposo e molto impegnativo che in questi anni non ho mai abbandonato, che al massimo ho lasciato dormire qualche mese per curarmi in ospedale o per condurre negli archivi e nelle biblioteche le ricerche su cui è costruito. Un bambino molto difficile, molto esigente, la cui gravidanza è durata gran parte della mia vita d’adulta, il cui parto è incominciato grazie alla malattia che mi ucciderà, e il cui primo vagito si udrà non so quando. Forse quando sarò morta. (Perché no? Le opere postume hanno lo squisito vantaggio di risparmiarti le scemenze o le perfidie di coloro che senza saper scrivere e neanche concepire un romanzo pretendono di giudicare anzi bistrattare chi lo concepisce e lo scrive). Quell’11 settembre pensavo al mio bambino, dunque, e superato il trauma mi dissi: «Devo dimenticare ciò che è successo e succede. Devo occuparmi di lui e basta. Sennò lo abortisco». Così, stringendo i denti, sedetti alla scrivania. Ripresi in mano la pagina del giorno prima, cercai di riportare la mente ai miei personaggi. Creature d’un mondo lontano, di un’epoca in cui gli aerei e i grattacieli non esistevan davvero. Ma durò poco. Il puzzo della morte entrava dalle finestre, dalle strade deserte giungeva il suono ossessivo delle ambulanze, il televisore lasciato acceso per l’angoscia e lo smarrimento lampeggiava ripetendo le immagini che volevo dimenticare. E d’un tratto uscii di casa. Cercai un taxi, non lo trovai, a piedi mi diressi verso le Torri che non c’erano più, e...
Dopo non sapevo che fare. In che modo rendermi utile, servire a qualcosa. E proprio mentre mi chiedevo che-faccio, che-faccio, la Tv mi mostrò i palestinesi che pazzi di gioia inneggiavano alla strage. Berciavano Vittoria-Vittoria. Poi qualcuno mi raccontò che in Italia non pochi li imitavano sghignazzando bene-agli-americanigli-sta-bene e allora, con l’impeto d’un soldato che si lancia contro il nemico, mi buttai sulla macchina da scrivere. Mi misi a fare la sola cosa che potevo fare. Scrivere. Appunti convulsi, spesso disordinati, che prendevo per me stessa cioè rivolgendomi a me stessa. Idee, ragionamenti, ricordi, invettive che dall’America volavano in Italia, dall’Italia saltavano nei paesi mussulmani, dai paesi mussulmani rimbalzavano in America. Concetti che per anni avevo imprigionato dentro il cuore e dentro il cervello dicendomi tanto-la-gente-è-sorda, non-ascolta, non-vuole-ascoltare. Sgorgavano come una cascata d’acqua, ora. Ruzzolavano sulla carta come un irrefrenabile pianto. Perché vedi: con le lacrime io non piango. Anche se un violento dolore fisico mi trafigge, anche se una pena lancinante mi strazia, dai miei sacchi lacrimali non esce nulla. Si tratta d’una disfunzione neurologica, anzi d’una mutilazione fisiologica, che mi porto dietro da oltre mezzo secolo. Cioè dal 25 settembre 1943, il sabato in cui gli Alleati bombardarono per la prima volta Firenze e commisero un mucchio di errori. Anziché centrar l’obbiettivo cioè la ferrovia che i tedeschi usavano per il trasporto delle armi e delle truppe, colpirono il quartiere attiguo e l’antico cimitero di piazza Donatello. Il Cimitero degli Inglesi, quello dove è sepolta Elizabeth Barrett Browning. Io ero col babbo presso la Chiesa della Santissima Annunziata che da piazza Donatello dista appena trecento metri, quando le bombe incominciarono a cadere. Per sfuggirvi ci rifugiammo lì, e chi lo conosceva l’orrore d’un bombardamento? Ad ogni scarica le solide mura della chiesa oscillavano come alberi investiti dalla bufera, le vetrate si spaccavano, l’impiantito sobbalzava, l’altare dondolava, il prete urlava: «Gesù! Aiutaci, Gesù!». D’un tratto presi a piangere. In maniera tacita, bada bene, composta. Niente gemiti, niente singhiozzi. Ma il babbo se ne accorse lo stesso e credendo d’aiutarmi, povero babbo, fece una cosa sbagliata. Mi tirò uno schiaffo tremendo. Dio, che schiaffo. Peggio. Mi fissò negli occhi, mi sibilò: «Una ragazzina non piange». Così dal 25 settembre 1943 non piango più. Ringraziare il Cielo se all’occorrenza mi si inumidiscono gli occhi, mi si chiude la gola. Però dentro piango più di chi piange con le lacrime, a volte le cose che scrivo sono proprio lacrime, e ciò che scrissi in quei giorni era davvero un irrefrenabile pianto. Sui vivi, sui morti. Su quelli che sembrano vivi ma in realtà sono morti come gli italiani che non hanno le palle per cambiare, diventare un popolo da trattar con rispetto. Ed anche su me stessa che, giunta all’ultima fase della mia vita, devo spiegare perché in America ci sto in esilio e perché in Italia ci vengo di soppiatto.
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