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Niente e così sia - Libro - Oriana Fallaci

Pubblicato nel 1969 da Rizzoli e nel 1997 dalla Bur nell’edizione oro, Niente e così sia è un reportage unico, un romanzo «brutale e disperato», un sofferto diario di guerra tradotto in undici Paesi nel mondo.
Oriana Fallaci, corrispondente per otto anni dal Vietnam, racconta il primo anno della sua permanenza nella speranza di capire il vero significato della vita, della guerra, della morte.

Le riflessioni della Fallaci prendono spunto in questo libro da un’innocente domanda della sorellina Elisabetta: «La vita, cos’è?».
È il novembre del 1968 alla vigilia della partenza, e questo interrogativo la accompagna durante il lungo viaggio verso il Vietnam. All’arrivo a Saigon l’atmosfera è sospesa, surreale: del conflitto si sentono soltanto vaghi echi lontani, e più che in un Paese in piena guerra sembra di trovarsi in un Paese che dalla guerra è appena uscito.
L’Agence France Press di François Pelou sembra l’unico tramite tra quel microcosmo protetto e il resto del Vietnam; per quanto confuse, le notizie arrivano da ogni capo del Paese, e per la Fallaci e Moroldo, fotografo e compagno di viaggio, la guerra comincia da Dak To.
Bombardamenti, imboscate, attacchi incrociati ma soprattutto tanta paura: paura di morire, di sbagliare anche una sola minuscola mossa, che il «nemico» sia più rapido o più lucido nel momento della verità. «Chi dice di non avere paura alla guerra è un cretino o un bugiardo» asserirà in un incontro/intervista con Lucia Annunziata e Carlo Rossella pubblicato nel 2002 su «Panorama». «Guarda, alla guerra si ha sempre paura. Qualsiasi militare, di qualsiasi razza o nazione, te lo dirà.»  Ma proprio in Vietnam comincia «ad amare il miracolo d’essere nata».
Testimone di scontri atroci e di una violenza che spesso travalica ogni limite etico, la Fallaci dà vita a un reportage straordinario che tra le sue mani, giorno dopo giorno, si trasforma in un vero e proprio romanzo; in esso, oltre al resoconto dei fatti, propone un’analisi dell’animo umano, unendo il suo punto di vista alla pluralità di esperienze che i soldati degli opposti schieramenti le riferiscono nel corso di semplici chiacchierate o attraverso documenti preziosissimi (come lo straziante diario di un vietcong). Il Vietnam, Dak To, Saigon, americani e vietcong diventano una parte di sé dalla quale non può più prescindere.
Sarà costretta a lasciare il Vietnam il 19 dicembre, ma «approfittando» dell’offensiva del Tet vi farà ritorno dopo neanche due mesi passati a New York. La guerra l’ha stregata, il mondo le appare vuoto e noioso, e il desiderio di capire gli uomini, partendo dal pascaliano «l’uomo non è né angelo né bestia, è angelo ed è bestia», la riporterà a quella prima linea, alla sfida cui non rinuncerà per l’intera vita.
Oltre trent’anni dopo svelerà il motivo reale di quel ritorno, della necessità viscerale di partecipare in prima persona alla «più bestiale prova di idiozia della razza terrestre»: «impegnata com’ero a condannare la guerra, della guerra io ho sempre raccontato gli orrori e basta. Non ho mai avuto la forza di confessare il fascino oscuro, la seduzione perversa, che essa esercita [...]. Una seduzione, Dio mi perdoni, che nasce dalla sua vitalità. La vitalità di quella sfida, appunto. [...] io non mi sono mai sentita così viva come quando, vinta la sfida con me stessa, viva sono uscita da un combattimento anzi da una guerra».



20 novembre mattina. Non è facile. La paura sta dentro di me, mi ghiaccia i piedi, e le mani, e non mi abbandona. Era quasi scomparsa mentre andavamo all’aeroporto, forse perché mi sentivo eccitata, ma è riapparsa appena siamo saliti sul cargo militare che ci avrebbe condotto a Pleiku: prima tappa per raggiungere Dak To. Era un grande cargo, un C130. Trasportava ottanta soldati diretti alla zona del fuoco, i soldati se ne stavano lì col fucile ritto fra le gambe, il volto chiuso in una rassegnata tristezza, e non ti dedicavan neppure un sorriso, uno sguardo curioso. Qualcuno dormiva, con l’elmetto calato sugli occhi. Poi, volavamo da un’ora, un sergente ha aperto bocca.
«Ragazzi, sapete che ieri un C130 è precipitato fra Pleiku e Saigon?»
«Chiudi il becco» ha risposto qualcuno.
«E perché?»
«Già, perché?»
«Un sabotaggio forse, o una cannonata. Nessuno ha fatto in tempo ad usare il paracadute, del resto il paracadute a che serve, mettiamo che ora succeda lo stesso, mentre cali a terra ti sparano.»
«E chiudi il becco!»
Allora lui s’è rivolto a Moroldo.
«Siete giornalisti voi due?»
«Sì.»
«Andate a Dak To?»
«Sì.»
«Idioti, chi ve lo fa fare?»
Me lo chiedo anch’io, ora che siamo a Pleiku, sotto questa tenda dove aspettiamo l’elicottero che ci porterà a Dak To, e la guerra non è più una parola, un’immagine sul giornale o alla televisione, un tintinnare di vetri, è qualcosa che stai per veder da vicino e toccare, in mezzo a questa pianura dove non c’è nulla fuorché una tenda e un’attesa, un nome che ripetono tutti: Dak To, Dak To, Dak To. Dak To è un villaggio situato a dieci miglia dal confine col Laos e la Cambogia, proprio dove sbocca la Pista Ho Ci Min, vale a dire la strada da cui arrivano i rifornimenti di Hanoi alle formazioni vietcong e alle truppe nordvietnamite infiltrate nel Sud. Verso la fine d’ottobre a Dak To c’era solo un battaglione di americani, una piccola base aerea. Poi un disertore vietcong rivelò che i nordvietnamiti erano riusciti ad ammassare sulle colline ben settemila soldati, con questi si accingevano a sferrare un attacco. Westmoreland parò il colpo concentrando diecimila fra paracadutisti e Marines, il 1° novembre ebbe inizio la più sanguinosa battaglia combattuta finoggi in Vietnam. A Saigon si dice: «O gli americani vincono entro sette giorni a Dak To, o Dak To diviene la loro Dien Bien Phu».
No, non è facile non avere paura.
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