Nixon non mi è piaciuto

NEW YORK, ottobre
Caro direttore, devo assolutamente parlarti di Nixon perché sono stata alcuni giorni con lui e… Mi auguro che la sorpresa non ti turbi troppo. Tu sai bene che l’uomo non è mai stato il mio principe azzurro. Però mi avevano detto che il Nixon 1968 era un nuovo Nixon e come potevo resistere alla tentazione di seguirlo, ascoltarlo? Poteva anche darsi che gli sentissi dire «non voglio più bene al generalissimo Franco», oppure «basta con le differenze razziali», oppure «io sono con i giovani dai capelli lunghi». Ti pare? La psicanalisi fa miracoli, a volte. E, mi avevano detto, il miracolo del nuovo Nixon si deve alla psicanalisi. Ricorderai infatti che dopo la sconfitta subita nel 1960 a opera di John Kennedy, al povero Nixon non gliene andò più una bene. Si presentò candidato a governatore della California e perse clamorosamente. Cercò la nomina del Partito Repubblicano per battere Johnson, e gli preferirono Goldwater. Sicché alla fine decise di recarsi da uno psicanalista e sapere che cosa vi fosse di sbagliato in lui (il che richiese moltissimo tempo) e Richard Nixon uscì dalle sue mani completamente cambiato. Ciò gli permise: 1) di tornare alla professione legale e fare un mucchio di soldi in Wall Street; 2) essere scelto come candidato alle elezioni del prossimo autunno. Episodio, quest’ultimo, che La Stampa di Torino ha giustamente definito la resurrezione più grossa dopo quella di «Lazzaro».
Be’, i Lazzari hanno sempre sedotto. Così saltai su un aereo e mi recai a Santa Barbara, in California, dove Nixon stava tenendo la campagna elettorale e dove ebbi la mia prima sorpresa. Sai, perché? Perché era sabato e il sabato, come la domenica, il signor Nixon non si fa vedere: riposa. Il suo dottore esige così. Affinché non si stanchi. Per la stessa ragione però il suo dottore esige che egli riposi altri due giorni dopo avere lavorato il lunedì il martedì il mercoledì, il signor Nixon riposa il giovedì e il venerdì: insomma se ne sta senza far nulla quattro giorni su sette e ora che è candidato, che diavolo farà quando sarà presidente e si stancherà davvero? Riposerà sette giorni su sette? Accidenti dirai tu, mica grullo: magari lo potessi far io. D’accordo. Ma tu, scusa, non vuoi mica avere in mano il destino dell’America e in certo senso del mondo. E se il signor Nixon riposa quattro giorni su sette ora che è candidato, che diavolo farà quando sarà presidente e si stancherà davvero? Riposerà sette giorni su sette? Mi sembra un po’ strano e, comunque sia, egli continuò a riposarsi non fino a domenica sera ma fino alle sei di lunedì pomeriggio, ora in cui giunse alla base militare aerea di El Toro per darmi una seconda sorpresa: la sua paura di essere ucciso.
D’accordo anche su questo: mi rendo bene conto che quanto a fucilate, revolverate, eccetera, i leader americani sono più sicuri in Vietnam che negli Stati Uniti. Però tutti quelli che hanno ammazzato negli ultimi anni e negli ultimi mesi, John Kennedy, Bob Kennedy, Malcom X, Martin Luther King, appartenevano all’altra parte della barricata. Onestamente non vedo i motivi di tanta paura. E poi si torna al discorso di prima: se fa’ così ora, che diavolo farà da presidente? Farà assaggiare il cibo a un cane tutte le volte che mangia? Terrà una guardia del corpo nel letto? Io quando mi trovai sotto gli occhi quelle decine e decine di agenti del servizio segreto, rimasi di sasso. Li riconoscevi bene dal bottone giallo, verde e nero che portavano alla giacchetta, particolare che li rendeva nient’affatto segreti, e con quei bottoni stavano dappertutto: perfino nel gabinetto delle signore (lo so perché ci andai e ne trovai uno che volle vedere i miei documenti), perfino sui due elicotteri che volavano bassi sulla base di El Toro cercando (suppongo) artiglieria pesante nascosta dai vietcong. Poi l’aereo di Nixon atterrò, Nixon ne scese, essi formarono come quella nuvola intorno a lui, e attraverso quella nuvola vidi, per la prima volta nella mia vita, il quasi-certo futuro presidente degli Stati Uniti.
Fammi subito dire che le fotografie e la televisione lo aiutano molto: visto da vicino non dice nulla di buono. Tanto per cominciare, ha quella faccia tutta spostata a destra come se gli avessero sbattuto sopra un’usciata: e ciò ti dà un certo malessere. Poi assomiglia a un commissario sovietico: e ciò ti mette addosso l’agitazione. Sul serio: c’è qualcosa in comune tra lui e i capi russi cui è sempre piaciuto, del resto. La sua ineleganza, ecco, la sua camminata pesante, la sua gelida consapevolezza di poter fare di te ciò che vuole: democrazia o no. Ti sorride ad esempio e nello stesso momento in cui ti sorride capisci che non gli importa un bel nulla di sapere cosa vuoi e cosa pensi perché in cuor suo ha già deciso cosa devi volere e pensare, cosa ti darà in conseguenza. Guarda mi venne addosso un nervoso che mi girai subito verso sua moglie, a proposito della quale non saprei cosa dire. Fuorché questo anche a lei le fotografie giovano molto. In quelle sembra chissà che, in persona non sa proprio di nulla e l’unica cosa che ti colpisce in lei è l’orchidea che porta sulla spalla sinistra: un’orchidea grossa come un cavolfiore. Qualcuno deve averle detto che l’orchidea fa la signora e lei non vi rinuncia: del resto in America piace così. Le donne dicevano: «Isn’t she an elegant lady? Non è una dama elegante?». C’erano molte donne ad attenderli, per lo più mogli degli ufficiali di El Toro. S’eran portate dietro i bambini e, come si usava da noi trenta o quarant’anni fa, non farmi dire per chi, li porgevano a Nixon: perché li baciasse. Ne baciò tanti. Poi, quando n’ebbe baciati abbastanza, salì su un’auto blindata e partì: per recarsi a scambiare le idee col suo amico Bebe Rebozo.
Ma cosa c’è nel nuovo Nixon?
Bebe, che gli americani pronunciano Bibi, è un banchiere cubano i cui interessi nell’America Latina sono forti quanto la sua influenza in Wall Street. Forse per questo non molla mai Nixon e Nixon non molla mai lui: dove vedi l’uno c’è l’altro. L’opinione di tutti è che se Nixon andrà alla Casa Bianca, Bebe detto Bibi diverrà per lui ciò che Ted Sorensen e Arthur Schlesinger erano per John Kennedy. L’ho conosciuto, sai, e me l’hanno presentato. Ha due occhi spietati. I giornalisti che lo conoscono bene sostengono che infatti è crudele. Se un giornalista scrive male di Nixon, Bebe detto Bibi corre a dargli la mano e gliela stringe così: con la sinistra gli cerca i nervi del polso e glieli schiaccia, con la destra gli afferra le dita e gliele piega all’indietro: finché il disgraziato urla di dolore. Io non ci credo, intendiamoci: ma sembra che una volta lo abbia fatto anche a Nixon, per punirlo di uno sbaglio che Nixon aveva commesso. Ora ti racconto lo sbaglio che qui è arcinoto.
Come sai, Nixon ha due figlie: Julie e Tricia, entrambe in età da marito.Julie è già a posto , graziaddio, perchè fidanzata sin dalla più tenera infanzia con un nipote di Eisenhower che presto sposerà. Tricia invece non è fidanzata con nessuno, il che è una preoccupazione. Un giorno Nixon le chiede: «Ma non ce l’hai un ragazzo Tricia?». E Tricia sospira, risponde che ce l’aveva ma l’ha lasciata. «Per chi?». Per nessuna, risponde Tricia, per andarsene volontario in Vietnam. Passa un po’ di tempo e Nixon le chiede: «Tricia, che ne è di quel ragazzo in Vietnam?» Tricia sospira e risponde ma pensa papà, sembra che vi sia morto. Esclamazioni di sorpresa, di dolore, e poi proprio in quei giorni la rivista Mc Calls chiede a Nixon un articolo su «I nostri ragazzi in Vietnam». Nixon accetta e cosa ti mette insieme? Proprio la storia del ragazzo di Tricia. La scrive anche benino, con la retorica giusta. Questo ragazzo che parte per il Vietnam, mentre Tricia piange. Questo ragazzo che alla fine muore, mentre Tricia piange. Piangono anche alcune decine di milioni di americani leggendola: avresti pianto anche tu, direttore, perché era commovente davvero. E tale resta fino al giorno in cui, chi l’avrebbe detto, Mc Calls riceve una letterina di questo ragazzo: con l’ingiunzione che sia pubblicata. Il signor Nixon, dice il ragazzo, deve aver preso un abbaglio. O deve essere stato male informato da Tricia. Perché non solo lui è vivo: in Vietnam non ci è mai andato o non ci andrebbe nemmeno se ce lo mandassero a calci. Tricia smise di vederla, è ben vero: ma perché gli piaceva di più un'altra che ora ha sposato e con la quale è felice. Il signor Nixon farebbe meglio a controllare le cose prima di fare certe figure e, se continua a far certe figure, cosa c’è di nuovo nel nuovo Nixon?
Dopo il colloquio con Bebe-Bibi Rebozo, ritrovai Nixon a Yorba Linda: il sobborgo di Los Angeles dove Nixon nacque cinquantasei anni fa e dove Nixon giunse con un corteo di poliziotti che sarebbe bastato a Johnson. Un mucchio di gente era lì ad attenderlo, in massima parte massaie coi bigodini in testa e i pargoli in braccio. C’erano anche alcuni ragazzi come il ragazzo di Tricia, però alzavan cartelli con la fotografia di Eugene Mc Carthy. Uno agitava un foglio sul quale era scritto: «Nixon? Humphrey? Wallace? Sono contento di non avere ventun anni». Con ciò alludendo al fatto che non poteva votare perché in America non si vota fino a ventun anni. Perbacco, vorrei proprio sapere se Nixon lo vide quel foglio. Ma forse non lo vide: era troppo occupato a parlare dei giorni in cui abitava a Yorba Linda e sognava orizzonti più vasti, o dei giorni in cui sua moglie era maestra di scuola a Yorba Linda e vinse un maiale in premio. O forse vinse un premio per un maiale. Che aveva allevato. Non capii, non ricordo, le ultime parole si persero tra gli urli della folla che i poliziotti e gli agenti del servizio segreto spingevano per preparare un passaggio a Nixon, che doveva visitare la casa in cui nacque. La casa era di legno, modesta. Dinanzi c’era una lapide su cui avevan scolpito:«Casa Natale Di Richard Nixon Che Grazie Alla Devozione Per Il Suo Paese Salì Alla Vicepresidenza Degli Stati Uniti. 1952-1960». Sai quelle lapidi che noi dedichiamo ai padri della patria e agli eroi: però dopo che sono morti da tempo. Io la guardavo, perplessa, e la domanda del ragazzo di Tricia mi pungeva il cervello: ostinata. Ma cosa c’è nel nuovo Nixon?
Nemmeno i palloncini gli fecero festa
La risposta venne ore dopo, al comizio che Nixon tenne all’auditorium di Disneyland per diecimila persone: tutte bianche. Infatti non ho mai visto un negro in questa campagna repubblicana e in particolare con Nixon. Sembra che i negri non lo amino affatto e che il sentimento sia ricambiato da Nixon il quale non li assume neanche come autisti o sguatteri. Tale particolare ad ogni modo esula da ciò che voglio dirti, e ciò che voglio dirti è che un comizio di Nixon merita d’essere visto. Non solo perché le ideologie non vi sono mai discusse: gli americani come Nixon sono tipi pratici e non si perdono mai nei meandri della dialettica e della filosofia che del resto ignorano. Ma soprattutto perché lo spettacolo assomiglia a un carnevale. Le bandiere americane erano rette da strane bambine con strani vestiti e strani cappelli, le Nixonette, e sui cappelli era scritto «Io voglio bene a Nixon». L’esecuzione delle musiche era affidata a strani giovanotti vestiti con strane uniformi che ricordavano molto i costumi dell’operetta La vedova allegra: sai quelli con gli alamari d’oro e le piume. Del resto anche i motivi che suonavano erano più o meno i motivi di La vedova allegra. Ovunque pendevan cartelli di questo tenore: «Dai, Dick dai!».
«Forza, Dick corri!». «Io amo Dick. Snoopy ama Dick» (Snoopy è un personaggio di Charlie Brown). «Pat come prima signora». L’intera faccenda era abbastanza buffa, eppure ti metteva addosso una tale tristezza. Forse perché almeno tre quarti della folla era composta da persone anziane. Non ho mai visto tante persone anziane come a quel comizio di Nixon. Avresti detto a osservarlo che la popolazione tra i vent’anni e i quaranta era scomparsa da Disneyland.
Giacché avevo ragione io, direttore, quando dicevo che ascoltare Nixon è come tornare indietro di almeno quindici anni, cioè ai tempi di Eisenhower, della Guerra Fredda, della Grande Paura. Avevo ragione io a dire che accettarlo significa non rendersi conto di quel che è successo in questi quindici anni. Perbacco! In ogni parte del mondo nascono fermenti nuovi, i vecchi valori vengono riesaminati, perfino il modo di discutere è cambiato, si inneggia ai cecoslovacchi, i Beatles vengono onorati dalle regine. Ma in quel comizio non te ne ricordavi: congelato dentro un passato decrepito, sentivi gli occhi riempirsi di lacrime. Meno male che i palloncini provocarono qualche risata. I palloncini sai, fanno parte del cerimoniale nixoniano. Secondo quel cerimoniale erano stati chiusi dentro grandi reti sospese al soffitto e le reti dovevano aprirsi all’arrivo di Nixon affinché i palloncini cadessero giù in una pioggia colorata e leggera: a simboleggiare la gioia. Ma quando Nixon arrivò la reti non si aprirono per niente. Tecnici e volontari tiravano le funi, scuotevano le reti, lanciavano ordini colmi di imbarazzo, di rabbia. Nixon puntava il dito al soffitto per darsi un contegno, la signora Nixon si torceva le mani per superare l’angoscia: ma tutto ciò che accadeva era la liberazione di un palloncino che ogni tanto scendeva giù come un orfano. E la faccenda durò fino al momento in cui Nixon mormorò: «To hell with them», all’inferno, poi pronunciò quel discorso che è sempre lo stesso discorso ovunque vada e a chiunque parli. Ma riguarda anche noi. Molto da vicino.
« La guerra nel Vietnam la risolvo a modo mio »
Disse anzitutto ordine e legge: due parole bellissime quando non suonino come una sacra minaccia. Perché, accidenti, la legge è sacra e l’ordine è una necessità: ma che razza di legge è una legge che ti nega il diritto di cambiare la legge, che razza di ordine è un ordine che ti nega la libertà di protestare? La voce dell’America, questa America che ormai invade le nostre vite, ci piaccia o no, non è forse nata da quel diritto e da quella libertà? E poi disse basta con le critiche agli Stati Uniti, bisogna restaurare nel mondo il rispetto per gli Stati Uniti, la guida degli Stati Uniti. E poi disse basta, con queste chiacchiere sul Vietnam, se le trattative di Parigi sono a un punto morto, quando lui viene letto lui dice ad Hanoi mi avete stufato, la guerra la risolvo da me a modo mio cioè con la forza. A questo punto sentii un brivido nella schiena. Stavo per abbandonarmi ad atroci pensieri, quando il signor Nixon si mise a parlare di noi. E disse che gli americani erano stufi, sì stufi, di morire per gli europei, spendere i soldi per gli europei, lavorare per gli europei, fare l’elemosina agli europei. E i diecimila si alzarono in piedi, applaudendo, inneggiando, bravo Dick, giusto Dick, e allora neanche quello che mi era sembrato buffo, come le nixonette, i suonatori, i palloncini, mi parve più buffo. Mi parve anzi tragico, mi parve senza speranza, e abbandonai quel comizio, e lasciai la campagna elettorale di Nixon.
Lo rividi a uno di quei pranzi che il Partito repubblicano organizza per raccogliere fondi destinati a far eleggere Nixon. Il pranzo si svolgeva a New York, all’hotel Americana. Il prezzo per ogni coperto era di mille dollari: oltre seicentoventimila lire italiane. Mi recai a dare uno sguardo e devo ammettere che a condurmi lì fu principalmente la curiosità di sapere cosa si mangia con seicentoventimila lire a testa. Uova d’oro? Insalata di rubini e smeraldi? L’aria profumava di soldi, di sogni grinzosi, e il salone era pieno dei soliti vecchi. Mi avvicinai a un tavolo, agguantai un menu, e diceva: antipasto di granchio, filetto con broccoli, mousse di albicocca. Nient’altro e ti giuro, sentii fame per loro: poveri nixoniani. E sentii fame per molte altre cose, ad esempio per l’America che abbiamo amato tanto e vorremmo ancora amare. E ora, direttore, ti saluto. Sono stata superficiale? Forse, senz’altro. Ma il soggetto non meritava di più. Le inchieste Gallup danno la vittoria di Nixon per certa, e la signora Nixon annuncia che alla Casa Bianca le piacerebbe mettere ovunque i tappeti da parete a parete «perché lei nella vita è sempre stata per i tappeti da parete a parete». Gliene mandiamo uno in regalo? Giusto per dimostrarle che non siamo i miserabili che a suo marito dice. Affezionatamente tua.
Be’, i Lazzari hanno sempre sedotto. Così saltai su un aereo e mi recai a Santa Barbara, in California, dove Nixon stava tenendo la campagna elettorale e dove ebbi la mia prima sorpresa. Sai, perché? Perché era sabato e il sabato, come la domenica, il signor Nixon non si fa vedere: riposa. Il suo dottore esige così. Affinché non si stanchi. Per la stessa ragione però il suo dottore esige che egli riposi altri due giorni dopo avere lavorato il lunedì il martedì il mercoledì, il signor Nixon riposa il giovedì e il venerdì: insomma se ne sta senza far nulla quattro giorni su sette e ora che è candidato, che diavolo farà quando sarà presidente e si stancherà davvero? Riposerà sette giorni su sette? Accidenti dirai tu, mica grullo: magari lo potessi far io. D’accordo. Ma tu, scusa, non vuoi mica avere in mano il destino dell’America e in certo senso del mondo. E se il signor Nixon riposa quattro giorni su sette ora che è candidato, che diavolo farà quando sarà presidente e si stancherà davvero? Riposerà sette giorni su sette? Mi sembra un po’ strano e, comunque sia, egli continuò a riposarsi non fino a domenica sera ma fino alle sei di lunedì pomeriggio, ora in cui giunse alla base militare aerea di El Toro per darmi una seconda sorpresa: la sua paura di essere ucciso.
D’accordo anche su questo: mi rendo bene conto che quanto a fucilate, revolverate, eccetera, i leader americani sono più sicuri in Vietnam che negli Stati Uniti. Però tutti quelli che hanno ammazzato negli ultimi anni e negli ultimi mesi, John Kennedy, Bob Kennedy, Malcom X, Martin Luther King, appartenevano all’altra parte della barricata. Onestamente non vedo i motivi di tanta paura. E poi si torna al discorso di prima: se fa’ così ora, che diavolo farà da presidente? Farà assaggiare il cibo a un cane tutte le volte che mangia? Terrà una guardia del corpo nel letto? Io quando mi trovai sotto gli occhi quelle decine e decine di agenti del servizio segreto, rimasi di sasso. Li riconoscevi bene dal bottone giallo, verde e nero che portavano alla giacchetta, particolare che li rendeva nient’affatto segreti, e con quei bottoni stavano dappertutto: perfino nel gabinetto delle signore (lo so perché ci andai e ne trovai uno che volle vedere i miei documenti), perfino sui due elicotteri che volavano bassi sulla base di El Toro cercando (suppongo) artiglieria pesante nascosta dai vietcong. Poi l’aereo di Nixon atterrò, Nixon ne scese, essi formarono come quella nuvola intorno a lui, e attraverso quella nuvola vidi, per la prima volta nella mia vita, il quasi-certo futuro presidente degli Stati Uniti.
Fammi subito dire che le fotografie e la televisione lo aiutano molto: visto da vicino non dice nulla di buono. Tanto per cominciare, ha quella faccia tutta spostata a destra come se gli avessero sbattuto sopra un’usciata: e ciò ti dà un certo malessere. Poi assomiglia a un commissario sovietico: e ciò ti mette addosso l’agitazione. Sul serio: c’è qualcosa in comune tra lui e i capi russi cui è sempre piaciuto, del resto. La sua ineleganza, ecco, la sua camminata pesante, la sua gelida consapevolezza di poter fare di te ciò che vuole: democrazia o no. Ti sorride ad esempio e nello stesso momento in cui ti sorride capisci che non gli importa un bel nulla di sapere cosa vuoi e cosa pensi perché in cuor suo ha già deciso cosa devi volere e pensare, cosa ti darà in conseguenza. Guarda mi venne addosso un nervoso che mi girai subito verso sua moglie, a proposito della quale non saprei cosa dire. Fuorché questo anche a lei le fotografie giovano molto. In quelle sembra chissà che, in persona non sa proprio di nulla e l’unica cosa che ti colpisce in lei è l’orchidea che porta sulla spalla sinistra: un’orchidea grossa come un cavolfiore. Qualcuno deve averle detto che l’orchidea fa la signora e lei non vi rinuncia: del resto in America piace così. Le donne dicevano: «Isn’t she an elegant lady? Non è una dama elegante?». C’erano molte donne ad attenderli, per lo più mogli degli ufficiali di El Toro. S’eran portate dietro i bambini e, come si usava da noi trenta o quarant’anni fa, non farmi dire per chi, li porgevano a Nixon: perché li baciasse. Ne baciò tanti. Poi, quando n’ebbe baciati abbastanza, salì su un’auto blindata e partì: per recarsi a scambiare le idee col suo amico Bebe Rebozo.
Ma cosa c’è nel nuovo Nixon?
Bebe, che gli americani pronunciano Bibi, è un banchiere cubano i cui interessi nell’America Latina sono forti quanto la sua influenza in Wall Street. Forse per questo non molla mai Nixon e Nixon non molla mai lui: dove vedi l’uno c’è l’altro. L’opinione di tutti è che se Nixon andrà alla Casa Bianca, Bebe detto Bibi diverrà per lui ciò che Ted Sorensen e Arthur Schlesinger erano per John Kennedy. L’ho conosciuto, sai, e me l’hanno presentato. Ha due occhi spietati. I giornalisti che lo conoscono bene sostengono che infatti è crudele. Se un giornalista scrive male di Nixon, Bebe detto Bibi corre a dargli la mano e gliela stringe così: con la sinistra gli cerca i nervi del polso e glieli schiaccia, con la destra gli afferra le dita e gliele piega all’indietro: finché il disgraziato urla di dolore. Io non ci credo, intendiamoci: ma sembra che una volta lo abbia fatto anche a Nixon, per punirlo di uno sbaglio che Nixon aveva commesso. Ora ti racconto lo sbaglio che qui è arcinoto.
Come sai, Nixon ha due figlie: Julie e Tricia, entrambe in età da marito.Julie è già a posto , graziaddio, perchè fidanzata sin dalla più tenera infanzia con un nipote di Eisenhower che presto sposerà. Tricia invece non è fidanzata con nessuno, il che è una preoccupazione. Un giorno Nixon le chiede: «Ma non ce l’hai un ragazzo Tricia?». E Tricia sospira, risponde che ce l’aveva ma l’ha lasciata. «Per chi?». Per nessuna, risponde Tricia, per andarsene volontario in Vietnam. Passa un po’ di tempo e Nixon le chiede: «Tricia, che ne è di quel ragazzo in Vietnam?» Tricia sospira e risponde ma pensa papà, sembra che vi sia morto. Esclamazioni di sorpresa, di dolore, e poi proprio in quei giorni la rivista Mc Calls chiede a Nixon un articolo su «I nostri ragazzi in Vietnam». Nixon accetta e cosa ti mette insieme? Proprio la storia del ragazzo di Tricia. La scrive anche benino, con la retorica giusta. Questo ragazzo che parte per il Vietnam, mentre Tricia piange. Questo ragazzo che alla fine muore, mentre Tricia piange. Piangono anche alcune decine di milioni di americani leggendola: avresti pianto anche tu, direttore, perché era commovente davvero. E tale resta fino al giorno in cui, chi l’avrebbe detto, Mc Calls riceve una letterina di questo ragazzo: con l’ingiunzione che sia pubblicata. Il signor Nixon, dice il ragazzo, deve aver preso un abbaglio. O deve essere stato male informato da Tricia. Perché non solo lui è vivo: in Vietnam non ci è mai andato o non ci andrebbe nemmeno se ce lo mandassero a calci. Tricia smise di vederla, è ben vero: ma perché gli piaceva di più un'altra che ora ha sposato e con la quale è felice. Il signor Nixon farebbe meglio a controllare le cose prima di fare certe figure e, se continua a far certe figure, cosa c’è di nuovo nel nuovo Nixon?
Dopo il colloquio con Bebe-Bibi Rebozo, ritrovai Nixon a Yorba Linda: il sobborgo di Los Angeles dove Nixon nacque cinquantasei anni fa e dove Nixon giunse con un corteo di poliziotti che sarebbe bastato a Johnson. Un mucchio di gente era lì ad attenderlo, in massima parte massaie coi bigodini in testa e i pargoli in braccio. C’erano anche alcuni ragazzi come il ragazzo di Tricia, però alzavan cartelli con la fotografia di Eugene Mc Carthy. Uno agitava un foglio sul quale era scritto: «Nixon? Humphrey? Wallace? Sono contento di non avere ventun anni». Con ciò alludendo al fatto che non poteva votare perché in America non si vota fino a ventun anni. Perbacco, vorrei proprio sapere se Nixon lo vide quel foglio. Ma forse non lo vide: era troppo occupato a parlare dei giorni in cui abitava a Yorba Linda e sognava orizzonti più vasti, o dei giorni in cui sua moglie era maestra di scuola a Yorba Linda e vinse un maiale in premio. O forse vinse un premio per un maiale. Che aveva allevato. Non capii, non ricordo, le ultime parole si persero tra gli urli della folla che i poliziotti e gli agenti del servizio segreto spingevano per preparare un passaggio a Nixon, che doveva visitare la casa in cui nacque. La casa era di legno, modesta. Dinanzi c’era una lapide su cui avevan scolpito:«Casa Natale Di Richard Nixon Che Grazie Alla Devozione Per Il Suo Paese Salì Alla Vicepresidenza Degli Stati Uniti. 1952-1960». Sai quelle lapidi che noi dedichiamo ai padri della patria e agli eroi: però dopo che sono morti da tempo. Io la guardavo, perplessa, e la domanda del ragazzo di Tricia mi pungeva il cervello: ostinata. Ma cosa c’è nel nuovo Nixon?
Nemmeno i palloncini gli fecero festa
La risposta venne ore dopo, al comizio che Nixon tenne all’auditorium di Disneyland per diecimila persone: tutte bianche. Infatti non ho mai visto un negro in questa campagna repubblicana e in particolare con Nixon. Sembra che i negri non lo amino affatto e che il sentimento sia ricambiato da Nixon il quale non li assume neanche come autisti o sguatteri. Tale particolare ad ogni modo esula da ciò che voglio dirti, e ciò che voglio dirti è che un comizio di Nixon merita d’essere visto. Non solo perché le ideologie non vi sono mai discusse: gli americani come Nixon sono tipi pratici e non si perdono mai nei meandri della dialettica e della filosofia che del resto ignorano. Ma soprattutto perché lo spettacolo assomiglia a un carnevale. Le bandiere americane erano rette da strane bambine con strani vestiti e strani cappelli, le Nixonette, e sui cappelli era scritto «Io voglio bene a Nixon». L’esecuzione delle musiche era affidata a strani giovanotti vestiti con strane uniformi che ricordavano molto i costumi dell’operetta La vedova allegra: sai quelli con gli alamari d’oro e le piume. Del resto anche i motivi che suonavano erano più o meno i motivi di La vedova allegra. Ovunque pendevan cartelli di questo tenore: «Dai, Dick dai!».
«Forza, Dick corri!». «Io amo Dick. Snoopy ama Dick» (Snoopy è un personaggio di Charlie Brown). «Pat come prima signora». L’intera faccenda era abbastanza buffa, eppure ti metteva addosso una tale tristezza. Forse perché almeno tre quarti della folla era composta da persone anziane. Non ho mai visto tante persone anziane come a quel comizio di Nixon. Avresti detto a osservarlo che la popolazione tra i vent’anni e i quaranta era scomparsa da Disneyland.
Giacché avevo ragione io, direttore, quando dicevo che ascoltare Nixon è come tornare indietro di almeno quindici anni, cioè ai tempi di Eisenhower, della Guerra Fredda, della Grande Paura. Avevo ragione io a dire che accettarlo significa non rendersi conto di quel che è successo in questi quindici anni. Perbacco! In ogni parte del mondo nascono fermenti nuovi, i vecchi valori vengono riesaminati, perfino il modo di discutere è cambiato, si inneggia ai cecoslovacchi, i Beatles vengono onorati dalle regine. Ma in quel comizio non te ne ricordavi: congelato dentro un passato decrepito, sentivi gli occhi riempirsi di lacrime. Meno male che i palloncini provocarono qualche risata. I palloncini sai, fanno parte del cerimoniale nixoniano. Secondo quel cerimoniale erano stati chiusi dentro grandi reti sospese al soffitto e le reti dovevano aprirsi all’arrivo di Nixon affinché i palloncini cadessero giù in una pioggia colorata e leggera: a simboleggiare la gioia. Ma quando Nixon arrivò la reti non si aprirono per niente. Tecnici e volontari tiravano le funi, scuotevano le reti, lanciavano ordini colmi di imbarazzo, di rabbia. Nixon puntava il dito al soffitto per darsi un contegno, la signora Nixon si torceva le mani per superare l’angoscia: ma tutto ciò che accadeva era la liberazione di un palloncino che ogni tanto scendeva giù come un orfano. E la faccenda durò fino al momento in cui Nixon mormorò: «To hell with them», all’inferno, poi pronunciò quel discorso che è sempre lo stesso discorso ovunque vada e a chiunque parli. Ma riguarda anche noi. Molto da vicino.
« La guerra nel Vietnam la risolvo a modo mio »
Disse anzitutto ordine e legge: due parole bellissime quando non suonino come una sacra minaccia. Perché, accidenti, la legge è sacra e l’ordine è una necessità: ma che razza di legge è una legge che ti nega il diritto di cambiare la legge, che razza di ordine è un ordine che ti nega la libertà di protestare? La voce dell’America, questa America che ormai invade le nostre vite, ci piaccia o no, non è forse nata da quel diritto e da quella libertà? E poi disse basta con le critiche agli Stati Uniti, bisogna restaurare nel mondo il rispetto per gli Stati Uniti, la guida degli Stati Uniti. E poi disse basta, con queste chiacchiere sul Vietnam, se le trattative di Parigi sono a un punto morto, quando lui viene letto lui dice ad Hanoi mi avete stufato, la guerra la risolvo da me a modo mio cioè con la forza. A questo punto sentii un brivido nella schiena. Stavo per abbandonarmi ad atroci pensieri, quando il signor Nixon si mise a parlare di noi. E disse che gli americani erano stufi, sì stufi, di morire per gli europei, spendere i soldi per gli europei, lavorare per gli europei, fare l’elemosina agli europei. E i diecimila si alzarono in piedi, applaudendo, inneggiando, bravo Dick, giusto Dick, e allora neanche quello che mi era sembrato buffo, come le nixonette, i suonatori, i palloncini, mi parve più buffo. Mi parve anzi tragico, mi parve senza speranza, e abbandonai quel comizio, e lasciai la campagna elettorale di Nixon.
Lo rividi a uno di quei pranzi che il Partito repubblicano organizza per raccogliere fondi destinati a far eleggere Nixon. Il pranzo si svolgeva a New York, all’hotel Americana. Il prezzo per ogni coperto era di mille dollari: oltre seicentoventimila lire italiane. Mi recai a dare uno sguardo e devo ammettere che a condurmi lì fu principalmente la curiosità di sapere cosa si mangia con seicentoventimila lire a testa. Uova d’oro? Insalata di rubini e smeraldi? L’aria profumava di soldi, di sogni grinzosi, e il salone era pieno dei soliti vecchi. Mi avvicinai a un tavolo, agguantai un menu, e diceva: antipasto di granchio, filetto con broccoli, mousse di albicocca. Nient’altro e ti giuro, sentii fame per loro: poveri nixoniani. E sentii fame per molte altre cose, ad esempio per l’America che abbiamo amato tanto e vorremmo ancora amare. E ora, direttore, ti saluto. Sono stata superficiale? Forse, senz’altro. Ma il soggetto non meritava di più. Le inchieste Gallup danno la vittoria di Nixon per certa, e la signora Nixon annuncia che alla Casa Bianca le piacerebbe mettere ovunque i tappeti da parete a parete «perché lei nella vita è sempre stata per i tappeti da parete a parete». Gliene mandiamo uno in regalo? Giusto per dimostrarle che non siamo i miserabili che a suo marito dice. Affezionatamente tua.











