Orson Welles
Il regista torero che sarà presidente
Il regista torero che sarà presidente

IL GIORNO in cui Orson Welles diventerà presidente degli Stati Uniti d’America capirete quanto fosse temerario, irrispettoso, ingiusto sistemarlo in questa serie di articoli. Non scherzo, badate: ammenoché gli americani non siano del tutto ciechi, del tutto sordi, del tutto pazzi, e ammenoché lui non continui a cambiar nasi, mogli, indirizzi, a sprecar tempo in romanzi, concerti, regie, è assai probabile che Orson Welles finisca alla Casa Bianca e magari gli scolpiscano il profilo (col suo naso vero) nelle rocce del Sud Dakota: accanto ai profili di Abraham Lincoln, George Washington, Thomas Jefferson e Theodore Roosevelt. Osservate la sua grinta, i suoi occhiacci: non sono quelli di un capo, di un ipnotizzatore di folle? Osservate la solenne lentezza con cui sposta i suoi 138 chili di carne, la suprema indifferenza con cui incede dentro la folla che al suo passaggio si apre come il Mar Rosso dinanzi a Mosè la schiacciante superiorità con cui ci piglia in giro e fa ciò che gli pare: non sono quelle di un uomo destinato a combinare apocalittiche salvezze o apocalittici guai? Io ne sono convinta e, sotto sotto, ne è convinto anche lui. «Orson», dissi al quindicesimo bicchiere di tequila. «Io credo che lei sarebbe un meraviglioso presidente degli Stati Uniti d’America». Orson tirò una lunga boccata dal sigaro, mi affogò in una nuvola densa di fumo, e ruggì: «Lo credo anch’io». «Orson» dissi al sedicesimo bicchiere di tequila, «perché non ci prova?». Orson si alzò in un soffiar di cetaceo, uscì dal ristorante mentre i camerieri si genuflettevano come schiavi al passaggio di un imperatore, salì sulla sua Cadillac come si sale su una berlina tirata da otto purosangue, dono del viceré delle Indie, e ruggì: «Troppi divorzi nella mia vita, troppa prosperità nell’America. Io non sono il tipo che un popolo segue in periodo di prosperità. Io sono il tipo cui il popolo ubbidisce nei periodi di emergenza: quando si dimenticano stravaganze e divorzi pur di essere salvi. Se l’emergenza verrà, tornerò alla politica. Non lo sai che due volte sono stato sul punto di diventar senatore ma ho rifiutato perché non potevo rischiare sconfitte?». Dopodiché scoppiò in quella risata da orco che rompe i timpani e i vetri. Aveva, stavolta, il suo solito naso che è piccino, bellino, affettuoso come i suoi piedi che sono anche quelli piccini, bellini, sproporzionati alla mole che reggono da quasi 47 anni. Eppure ascoltarlo, osservarlo, mi dava lo stesso sbigottimento rabbioso del giorno in cui lo conobbi, sul bordo di una piscina di Hollywood, e a vederlo avanzare più gigantesco di Gulliver nel paese di Lilliput, più inesorabile di un elefante che abbatte foreste, più pesante di un masso di pietra, mi sembrò il simbolo dell’America intera, l’America dei grattacieli e dei grandi fiumi, delle cascate di acqua e dei grandi deserti, l’America che schiaccia i deboli e fa l’elemosina ai poveri, vince le guerre e suscita solo sentimenti decisi: ammirazione o disprezzo, odio o amore, simpatia o antipatia. Sul volto grassoccio, rosato, ostentava il disgusto accigliato che i cardinali riservano ai parroci fessi, e mi restò tanto antipatico che per fargli dispetto mi tuffai a nemmen mezzo metro dal punto in cui s’era seduto, anzi assiso. Una bella spanciata nell’acqua, paf!, e gli bagnai il suo bel vestitone di seta. Ebbene, sapete che cosa fece mentre sguazzavo come un’oca nell’acqua? Esplose in quella risata da orco, si tolse la giacca, i calzoni, li appese con cura ad asciugare, si tuffò a sua volta trasformando quella tranquilla piscina in un mare in tempesta, poi tirandomi su con il mignolo, quasi fossi una pulce, mi disse: «Odio le donne. Sono sensibili, realistiche, pratiche, imprevedibili, imperscrutabili come le bestie. Adoro le bestie: perché mi divertono. Vuol venire a cena con me? Voglio presentarla ad Aldous Huxley che sta facendo uno studio sulle donne e le bestie all’università di Los Angeles». Andai a cena con lui e Aldous Huxley. Trascorsi con quei meravigliosi cervelli una delle serate più squisite della mia vita, imparai a conoscere in Orson Welles uno degli uomini più straordinari che questo tempo ci abbia concesso, capii assieme a lui (che mi presentava a celeberrimi divi digrignando tra i denti «Questo è un imbecille») il caravanserraglio di Hollywood. E se a tutto questo aggiungete, corna facendo, il pericolo che egli diventi prima o poi presidente degli Stati Uniti d’America, capite come non possa dimostrare che Orson Welles è antipatico. Tanto vale evitare scherzetti e dir subito che in questa galleria di antipatici l’ho messo perché allinearci soltanto antipatici veri sarebbe una noia terribile, che a me è simpaticissimo e non so cosa farei per rubarlo a sua moglie sebbene tal simpatia sia del tutto platonica e non possa, ahimè, sostenere con Vicki Baum che «aver flirtato con Orson Welles fa parte della cultura generale di una donna che si rispetti come aver visitato gli Uffizi e il Louvre o comprare due vestiti all’anno a Parigi». Avrei numerose ragioni, badate, per dire il contrario: insomma, dimostrare che è una lagna. In primo luogo, affrontare Orson Welles è uno sforzo penoso. La sua disumana intelligenza vi piomba addosso come il magma di un vulcano, vi brucia, vi schiaccia, e mentre vi mordete la lingua per timore di dire stupidaggini o cose indegne di lui, non riuscite a dimenticare che a tre anni leggeva i sonetti di Shakespeare; che a cinque rispondeva al maestro che gli chiedeva quale pensiero suggerisse in lui l’immagine di un orsacchiotto di pezza: «Questo aforisma di Oscar Wilde: il cinico conosce il prezzo di tutto e il valore di nulla» (e il maestro definì la sua personalità come «il risultato di una profonda dissociazione di idee»); che a sette anni, che orrore, recitava Re Lear, a otto scriveva la Storia universale dell’arte drammatica, a dieci la Vita di Cristo, a 12 aveva già fatto il giro del mondo e parlava perfino il cinese, a 15 emigrava da solo in Irlanda presentandosi come «Orson Welles, grande attore americano momentaneamente disoccupato», a 21 teneva una conferenza nella quale si presentava così: «Signore e signori, mi chiamo Orson Welles. Produco lavori teatrali a Broadway, li dirigo, e li interpreto. Scrivo e dirigo anche film, sono anche attore di cinema. Scrivo, dirigo e recito alla radio e alla televisione. Sono un violinista e un pianista. Sono un torero, un politico, un romanziere e un mago». In alcuni, ciò provoca complessi acuti di inferiorità. In secondo luogo, non sapete mai come l’incontro possa finire: con la stessa probabilità può essere villano o adorabile. «Chiuda il becco», disse una volta a Suzanne Clotier, la Desdemona del suo Otello, «lei non ha da dire un bel nulla per portar contributo alla conversazione». A un’altra attrice, che aveva fatto venire da Londra a Parigi per invitarla a colazione e offrirle il ruolo principale in un film, fece uno scherzetto che solo a raccontarsi è divertente. A metà colazione si alzò e si chiuse nel gabinetto. Dopo un’ora, quando l’attrice chiese a un cameriere di recarsi a vedere se il signor Welles non fosse stato colpito da qualche malore, il cameriere tornò col seguente messaggio: «Dice il signor Welles che egli è seduto sul gabinetto a fumare il suo sigaro e che non esce di là se lei non va via perché lei è troppo noiosa». Rischi del genere sono assai imbarazzanti: e ciò non è tutto. Ammettete per esempio d’essere un uomo bello: le probabilità di suscitare la cordialità di Orson Welles diventano sempre più scarse giacché è sua convinzione che un uomo bello sia inevitabilmente cretino «ammenoché non si tratti di un nordico: i nordici non sono vanitosi». Al contrario, se siete una donna, dovete augurarvi di non essere brutta giacché è sua convinzione che le donne belle siano più intelligenti di quelle brutte: «Una donna bella è come una regina senza complessi o timori. È molto più facile trovare intelligenza in una donna bella che in una donna brutta». Questo, intendiamoci, è ciò che disse mentre bevevamo tequila ma può anche darsi che la prossima volta dica il contrario: i suoi cambiamenti di opinione sono bruschi come i suoi mutamenti d’umore. Oggi vi ama e domani vi odia. Oggi vi parla e domani vi tace. È opinione comune che la sua imprevedibilità discenda dalla follia delle sue zie, una delle quali faceva il bagno nel ginger ale «perché lo champagne è troppo caro». L’altra possedeva l’automobile ma preferiva andare a passeggio: così, per combinar le due cose, si faceva legare con una corda all’automobile e ridendo come una matta attraversava la città legata alla corda. In terzo luogo, tutti questi discorsi sono superflui perché avvicinare Orson Welles è più difficile che acchiappare la luna. «Io sono un cosmopolita», usa dire, «il mio Paese è ovunque. Avere una città, una strada, una casa, è per me come morire. Io sono un vagabondo felicemente sposato a New York e ugualmente fedele alle mie amanti: Roma, Parigi, Londra, Shangai». Tradotto in espressioni banali il discorso significa che Orson Welles non ha mai un indirizzo preciso, non sta mai fermo in un posto per più di 24 ore; e il minimo che possa capitare a cercarlo è quello che accadde al produttore Vivian Cox che avendolo chiamato a Hong Kong si sentì dire che Orson Welles si trovava a New York, avendolo chiamato a New York si sentì dire che Orson Welles era andato a Hollywood, essendo volato a Hollywood scoprì che Orson Welles si trovava a Parigi, essendosi precipitato a Parigi lo sorprese che si nascondeva, lui così largo, dietro un’esile palma dell’albergo George mentre un segretario annunciava: «Il signor Welles lo aspetta a Roma stasera». Come tutti gli uomini di illimitata energia egli è capace di spostarsi tre volte in un giorno e di accontentarsi di tre ore di sonno. Come tutti gli uomini curiosi e inquieti egli non riesce a condurre una vita tranquilla, normale: «Spariva per settimane e dovevo farlo cercare dalla casa produttrice», si lamentò Rita Hayworth al divorzio. «Perché non lo rintracciassi, si iscriveva agli alberghi col nome di John Wilkes Booth, l’assassino di Lincoln». «Le giuro», mi diceva Paola Mori, la sua terza moglie, quando lo cercavo per questa intervista. «Non lo so nemmeno io dov’è Orson. Mi telefona dai posti più strani e quando telefona è per dirmi che parte ma non sa dove». E a questo punto è il caso di narrare, mi sembra, come è nata questa intervista. L’appuntamento era a Innsbruck e mi accingevo a partire per Innsbruck quando Paola mi telegrafò che Orson era scappato a Parigi. Mi accingevo a recarmi a Parigi quando Paola mi telegrafò che Orson l’aveva chiamata da Londra. Mi accingevo a recarmi a Londra quando Paola mi telegrafò che stava viaggiando alla volta di Innsbruck. «Bene», risposi. «Vengo subito a Innsbruck». Mi telegrafò desolata: «Non venga a Innsbruck. Ha cambiato idea un’altra volta e sta andando a Fregene». Corsi a Roma, di qui a Fregene; nella villa c’era solo una cameriera un po’sorda che ripeteva: «Ma cosa fa qui a Fregene? Il signor Welles l’aspetta a Roma». A Roma: ma dove? Tornai a Roma, gli insulti mi bruciavano le labbra, entrai in albergo, disfatta, e Orson Welles era lì: sprofondato in una poltrona come un gatto che si gode il calduccio, enorme, glorioso, solenne malgrado il suo bel nasino e i suoi bei piedini, circondato da un alone di fumo, di riverenze, di whisky, e ora si alzava, mi abbracciava, mi salutava, mi tirava colpetti affettuosi che rischiavano ogni volta di buttarmi lunga distesa per terra, appariva sinceramente stupito di quella via crucis, mi raccontava che ha scritto un romanzo ma non trova il titolo, che porterà sullo schermo Il processo di Kafka con Tony Perkins come protagonista, rievocava con liriche frasi il nostro incontro sulla piscina, mi ordinava un caffè bollente «perché le tre cose più insopportabili della vita sono il caffè tiepido, lo champagne caldo e una donna sovraeccitata», mi confidava con le lacrime agli occhi il suo dolore di non essere andato a Innsbruck dove c’era un bravissimo mago e lui s’era raccomandato con Paola perché andasse a vedere quel mago ma a Paola non importa nulla dei maghi. «Nulla, ti dico, ma nulla. Una sera a Las Vegas facevo uno spettacolo di magia e avevo convinto Paola a entrare dentro la cassa per il numero della donna tagliata. Bene, indovina che fa. Un minuto prima che si alzi il sipario urla che dentro la cassa sta scomoda, c’è un chiodo che buca, e se ne va. Ah, che dolore! Che affronto! Far questo a me che sono uno dei tre o quattro grandi maghi viventi, e so mangiare il fuoco, tirar fuori le uova da un orecchio, i piccioni e i conigli da un cilindro, e ipnotizzare, telepatizzare, e tagliare una donna in due come una fetta di burro. Non è terribile, dico?». «Terribile, Orson». «Be’lo devi anche scrivere». Ecco: può darsi che non stia bene rivelare che il futuro presidente degli Stati Uniti è un mago che fa queste cose e ci tiene. Ma è poi peggio che rivelare come egli sia anche un torero fallito che per due anni si esibì come espada a Siviglia? «Tre giorni al mese scrivevo romanzi polizieschi, negli altri giorni combattevo: nelle corride provinciali, s’intende. Ero il peggior torero di tutta la Spagna, però ero un torero e voglio si sappia. Scrivilo, dunque». Lo scrivo, ubbidiente: chi oserebbe mai disubbidire a Orson Welles? «Voglio si sappia anche un’altra cosa: a me non piace fare l’attore. Gli attori non hanno un’oncia di cervello. Il mestiere più facile del mondo è quello di attore: cinematografico, s’intende. Se io faccio l’attore, anche nei film degli altri, è perché a questo modo guadagno i soldi che mi serviranno a viaggiare, a scrivere, a mettere in scena le commedie di Shakespeare, a dirigere i film che voglio io. Però mi vergogno. E i nasi falsi...». Rise la sua risata di orco, un bambino che lo guardava scoppiò a piangere. «I nasi falsi li metto perché mi diverto e perché in tal modo posso mantenere l’incognito. Scrivi: i nasi falsi io li metto perché le mie zie che sono intelligenti e ricchissime non si accorgano che io faccio l’attore e quando muoiono mi lascino l’eredità». Siamo onesti: come si fa a sostenere che un tal uomo è antipatico? Diciamo piuttosto che è odiato: odiato perché fa bene tutto quello che fa, perché ha il coraggio di dir ciò che pensa, perché ha fatto tutto un po’prima degli altri e a volte nell’età in cui gli altri non avevano ancora deciso che mestiere intraprendere, perché sa prenderci in giro, perché si porta dietro l’appellativo di genio allo stesso modo in cui gli altri si portano dietro l’appellativo di commendatore, cavaliere o marchese. «Orson Welles è un genio senza talento. Invecchierà come un bambino prodigio» (New Yorker). «Orson Welles è un Don Chisciotte che vuol volare smilzo nel cielo ma la sua controfigura resta carica di lardo sulla terra dove assume l’inevitabile aspetto di un Sancho Panza». (Express). «Orson Welles è una vittima della vendetta della natura: gli è mancata l’infanzia e l’adolescenza. Ciò spiega il suo atteggiamento anticonformista, le sue scappate giovanili, il suo lato pittoresco che è solo infantilismo» (Peter Noble, The Fabulous Orson). «Un Orson Welles ci basta. Due provocherebbero la fine di una civiltà. Dieci farebbero scoppiare il globo terrestre: ciò non ci esalta» (Richard Wright). «Orson Welles crede d’essere un Leonardo da Vinci: ma si disperde in mille attività e non si distingue in nessuna» (Anonimo). E non gli perdonano d’essere nato da un padre scavezzacollo la cui unica attività era inventare macchine lavapiatti che rompevano i piatti e invece di mandarlo a scuola gli insegnava a frequentare i migliori alberghi, i migliori ristoranti, a scegliere le belle stoffe, i treni di lusso, le mogli splendide. «Papà morì un giorno prima di non poter andare al Ritz». Non gli perdonano d’essere nato da una madre intellettuale, musicista, convertita al buddismo, che anziché raccontargli le favole gli leggeva i mistici cristiani, Nietzsche e Montaigne. Non gli perdonano l’eccessiva precocità anche in faccenduole più semplici: «Ho conosciuto il grande amore fisico a 11 anni con Marjorie Watson di 8 anni. Fuggimmo insieme: ma poiché son sempre stato uomo d’onore non la toccai». Non gli perdonano il famoso scherzetto dei marziani, quella trasmissione che è ormai entrata nella leggenda e che molti considerano, a torto, il suo capolavoro. «Signore e signori, ho una notizia grave da darvi. Creature misteriose venute da Marte sono approdate stanotte in New Jersey. Il presidente degli Stati Uniti d’America prende la parola e prega Iddio». Era la sera del 30 ottobre 1938. Nel panico che ne seguì, migliaia di fessi restarono feriti, migliaia di gambe e di automobili si ruppero, e ci furono suicidi, aborti, infarti cardiaci, mentre le chiese si riempivano di gente che si scusava con Dio, le colline del Dakota formicolavano di cittadini con l’asciugamano bagnato sulla testa, la maschera antigas sulla faccia, l’Esercito della Salvezza gridava: «Andate a casa, fratelli! Preparatevi a morire!», e John Barrymore uccideva i suoi dieci danesi perché non fossero mangiati dalle creature siderali. Orson aveva 23 anni, e l’indomani l’America era ai suoi piedi, malgrado molti sindaci lo cercassero «per spaccargli il muso» e lo stesso Joseph Cotten, suo amico gli telefonasse: «Stavolta hai esagerato, Orson». Da tutte le parti gli offrivano impieghi per cifre iperboliche, ed ecco il capolavoro di Orson: declinò le cifre iperboliche per un contratto hollywoodiano che gli permetteva di fare tutto ciò che voleva, insomma film di cui fosse il soggettista, lo sceneggiatore, il regista, l’interprete, il montatore. «Io me ne frego d’essere ricco: non lo sono mai stato e non lo sarò mai. Lavorare pei soldi è volgare come lavorare per i posteri». Di qui quel film su Randolph Hearst, il padrone di quasi tutti i giornali d’America: Citizen Kane. Di qui quel Giulio Cesare coi soldati vestiti da fascisti anziché da antichi romani. Di qui l’Otello e spettacoli a Broadway come Re Lear durante il quale fece un ruzzolone, perse il naso falso e si ruppe l’anca: e lui continuò a recitare in carrozzella, con l’anca ingessata. «Be’, che c’è di strano? Se Shakespeare avesse avuto la carrozzella, ci avrebbe messo re Lear che era vecchio e infermo». Trovate del genere hanno troppa classe per non muovere alla maldicenza i mediocri. E, poiché i mediocri sono dappertutto, ecco che Orson è odiato in uguale misura sia in Europa che in America o, come dice lui, sia in Italia che in America. «In America do fastidio perché non mi allineo coi conformisti: non bisogna dimenticare che l’America ha molti punti in comune con la Russia, soprattutto il conformismo. In Italia do fastidio perché non rispondo al cliché dell’americano. Gli italiani sono convinti che gli americani siano fessi e così, quando si accorgono che non sono fesso, dicono che non sono americano. Io sono americanissimo e dire che non sembro americano è scemo come dire che tutti gli italiani suonano la chitarra». E altrove? «Altrove dà fastidio che io non pensi mai al passato o al presente: ma al futuro. Dà fastidio che detesti la specializzazione la quale uccide l’intelligenza e la fantasia. Dà fastidio che detesti il self service, l’arrivismo, le pillole, Walt Disney, la fantasia industriale. Dà fastidio che sia un Don Chisciotte che da 46 anni si batte contro l’intolleranza, l’ignoranza, l’imbecillità, le discriminazioni razziali, il fascismo, e che si illuda di trasformare perfino il cinematografo in uno strumento di sviluppo culturale, sociale, mezzo di comunicazione con le masse». Per concluderla: «Che io sia un uomo di sinistra». Sedevamo ormai nel ristorante dove Orson era entrato, unto dall’ossequio di tutti, chiedendo a squarciagola se ci fossero preti, l’ultima volta lo avevano messo accanto a un tavolo di preti, americani per giunta, che dicevano bene di Richard Nixon. Il trattore aveva replicato, impaurito, che non c’erano preti, quel giorno, nemmeno un seminarista, e così aveva chiesto tutto contento una bistecca «ma grossa, mi raccomando, ma grossa» e l’aveva divorata come un’oliva. È uno spettacolo glorioso veder mangiare Orson Welles: qualcosa che ricorda la guerra e la vita. Mangia con lo stesso entusiasmo con cui fuma, beve, lavora, ama le cose che ama, e mangiando si sbraca tutto, ronfa, si disfa come un letto disfatto, e anziché appesantirsi si ravviva, esplode ancora di più in quella straordinaria intelligenza che non ha bisogno di sonno né di riposo, ma di bistecche, di fagioli, di vino; e così diventa sempre più brutto e più bello perché ditemi: esiste un uomo più bello di un uomo intelligente? «Orson è una calamità», disse di lui Rita Hayworth. «Lo lascio perché io non sono nata per vivere accanto a un genio il quale si aspetta che tutte le mattine lo applauda. Ma l’amerò sempre». E infatti le donne, nel ristorante, lo guardavano tutte golose mentre lui mangiava, parlava, mangiava, beveva: «Tequila? Bevi ancora tequila. Anche Henry beveva sempre tequila. Hemingway, voglio dire. Ah, devo dirti come fu che conobbi Hemingway. Era tornato dalla Spagna con un documentario di Walker Evans e voleva che gli giudicassi il commento sonoro. Ora devi sapere che c’erano in Hemingway due Hemingway: uno schifoso e uno grande. Quello schifoso era quello sentimentale e il commento era schifoso perché era sentimentale: bassa letteratura e non giornalismo. Io sono anzitutto un buon giornalista e così mi arrabbiai. Nel buio della sala di proiezione gli dissi: "Hemingway, questa roba fa schifo!". Hemingway si arrabbiò e mi tirò un cazzotto. Io sono anzitutto un buon boxeur. Risposi con un cazzotto, altri si misero a fare a cazzotti, e così accadde questa splendida cosa di gente che faceva a cazzotti nel buio, mentre sullo schermo la gente moriva e le mitragliatrici facevano ta ta ta ta! In seguito a questo io e Henry diventammo violentissimi amici. Ci si incontrava in Spagna o a Venezia, si parlava di boxe, di tori, di rugby perché io sono anzitutto un giocatore di rugby: mai di letteratura perché io sono anzitutto un letterato. Talvolta si parlava di politica perché io sono anzitutto un politico. Be’, lo sa Iddio i discorsi che ho scritto per Roosevelt e per gli altri. Roosevelt era il mio più caro amico, che uomo! Anche Kennedy è mio amico, lo conosco da quand’era ragazzo, conosco bene anche suo padre. Peccato che abbia commesso quell’errore di Cuba. Vedi, Cuba...». Il resto ve lo racconto quando diventa presidente degli Stati Uniti d’America. Gli ho promesso silenzio sui suoi progetti. Dice che, se sto zitta, mi dà un posto alla Casa Bianca. Non che ci tenga: ma per finire in letizia i miei giorni sono disposta a seguirlo anche lì. Purché non mediti una raffinata vendetta: affidarmi il suo ufficio stampa onde racconti ai contemporanei e ai posteri quale meraviglioso presidente Iddio abbia dato all’America.











