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Penelope alla guerra - Libro - Oriana Fallaci

Anche l'esordio narrativo di Oriana entra nella nuova collana Bur-Rizzoli. Pubblicato nel 1962 da Rizzoli, tradotto in undici Paesi e riproposto in versione tascabile nel 1976 e in seguito nella veste oro dalla Bur nel 1998, in Penelope alla guerra la giovane autrice descrive con coraggio un amore anticonvenzionale e cosmopolita. La storia di una donna che, straniera a New York, non esita a sfidare le ingiustizie di una società maschilista, affrontando tematiche – come l’omosessualità, l’aborto e l’integrazione razziale – attuali ancora oggi.

Con la prefazione di Concita De Gregorio.

La protagonista è Giovanna detta Giò, è Penelope, è già Cassandra, è l’emblema della donna libera che non si rassegna al ruolo domestico di chi tesse la tela in attesa del ritorno di Ulisse, ma si mette in viaggio per trovare la sua reale identità e indipendenza.
Sceneggiatrice alla ricerca d’ispirazione, tra confusione e leggerezza, contro ogni schema di una società che non conosce e non considera le esigenze femminili, si trasferisce in una palpitante New York dove rinuncia caparbiamente alla sua verginità. E sempre caparbiamente si innamora, anche per spirito di ribellione, di Richard, un uomo debole e insicuro conosciuto durante la sua infanzia. Un rapporto instabile e mai davvero appagante metterà gradualmente in luce l’omosessualità di Richard.
Giò, che una decina d’anni dopo sarà forse la protagonista di Lettera a un bambino mai nato, troverà in sé la forza sufficiente per comprendere e affrontare un sofferto triangolo amoroso che coinvolgerà anche Bill, l’amante di Richard. E troverà infine anche la risolutezza necessaria per divincolarsene e fuggire, abbandonando per sempre sia il sogno d’amore di quand’era bambina che lo spietato e apertissimo microcosmo newyorkese.
Ma anche una volta tornata in Italia continuerà a portare avanti con determinazione la propria guerra.



Capitolo I

Era stato un colloquio ridicolo.
«Qualcosa di moderno, Giò, e di commovente. Una storia d’amore, inutile dirlo, ma con qualcosa in più che l’amore. Il pubblico, altrimenti, si annoia. E ricordi che la protagonista deve essere italiana, il protagonista americano: conosce i problemi della coproduzione. Due mesi le bastano, Giò?»
«Certo, commendatore.»
Il produttore parlava, parlava e lei anziché seguirlo fissava l’orologio a pendolo sulla parete di fronte: anche nel corridoio dove l’avevano messa a dormire quando Richard s’era preso il suo letto c’era un orologio a pendolo, e ogni quarto d’ora suonava col verso della campana di Westminster.
«Le affido un compito insolito, in realtà le regalo una lunga vacanza. Se ne rende conto, Giò?»
«Certo, commendatore.»
Una campana che non assomigliava a nessun’altra campana. Di giorno, le faceva pensare al matrimonio di un re: con le cappe di ermellino, le carrozze dorate, le guardie a cavallo; il re aveva il volto di Richard. Ma di notte, quando il buio e il silenzio la avvolgevano come un sudario, quel rintocco le dava l’angoscia di una maledizione.
«Lei la merita, beninteso: ha lavorato troppo in questi ultimi tempi ed ha bisogno di svago, di novità. Però, se dovessi regalare un viaggio a New York a tutti i miei stipendiati, finirei sul lastrico: lei mi capisce.»
«Certo, commendatore.»
Ossessivo finché segnava il quarto, diventava sinistro allorché segnava i due quarti, e nello stesso momento una processione di fantasmi avanzava verso di lei per arrestarsi sotto la lucerna del corridoio dentro la quale ciascuno volava e si appiattiva dissolvendosi in macchie.
«Una eccezione solo per lei. Cosa non farei, per lei, Giò!»
«Grazie, commendatore.»
Immobile sotto i lenzuoli, si irrigidiva a fissar la lucerna dove le macchie disegnavano profili di draghi, bocche di donne piangenti, figure mai uguali che si scambiavano i contorni per lasciarla smarrita. Poi, con un brivido secco, la sua fantasia correva alla stanza di Richard: con la poltrona di velluto marrone, la coperta bianca di pizzo, gli scaffali coi libri di scuola, le fotografie dei defunti sopra una mensola e che, dalle cornici d’argento, fissavano i vivi con rimprovero un po’ iettatorio.
«Ancora una cosa. Gomez, il mio socio di New York, la tormenterà un pochino: sempre a chiederle se lavora, cosa fa, se ha trovato il soggetto. Lei non se ne curi. Sono io che comando e che pago. Al ritorno butterà giù una ventina di cartelle ed insieme le discuteremo. Intanto si diverta, si riposi.»
«Grazie, commendatore.»
Uscivano da quelle cornici, i fantasmi: un uomo, un altr’uomo, un altr’uomo ancora, una donna, un’altra donna, un bambino dall’espressione di nano maligno sopra il colletto di trine, e il più insistente portava i baffi. Era insistente perché prima di volare nella lucerna si fermava a guardarla e scoteva piano la testa. Lei doveva chiudere gli occhi per impedirsi di toccarlo, seguirlo.
«Sono sicuro che tornerà con una bellissima storia, Giò, e ne faremo un bellissimo film.»
«Grazie, commendatore.»
Li riapriva quando era svanito, il fantasma coi baffi. E allora provava un senso di sollievo e di vuoto che bisognava immediatamente colmare: il pensiero correva a Richard. Insieme a Richard saliva sui grattacieli dove le trombe degli angeli annunciavano il Giudizio Universale ai dannati raccolti nella valle di Giosafat. Poi i grattacieli si sbriciolavano come castelli di rena, e il prossimo rintocco dell’orologio la coglieva in questo sgomento, subito annegato nel sonno.
«Arrivederci, Giò.»
«Arrivederci, commendatore.»
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