Nel Vietnam del Nord
Anzitutto,
l’angoscia. Essa ti prende non appena atterri sulla pista buia, è già sera, e
due poliziotti salgono sull’aereo: a requisire il passaporto che ti verrà reso
quando ripartirai. Sono i primi nordvietnamiti vivi che incontri, nel Vietnam
del Sud li hai sempre visti morti: ricordi? Raggricciati dentro le trincee di
Dak To, squarciati sotto le mura di Hué, decomposti al sole di Saigon. Guardavi
quei cadaveri e ti sembrava che i nordvietnamiti non si potessero vedere che
morti. Anche per questo volevi venire qui a vederli vivi, ti chiedevi come
fossero da vivi. Ecco, così. Attraverso il chiarore della lampada tascabile gli
cerchi il volto, gli sorridi e gli dici buonasera. Ma nessuno dei due ti
risponde, nessuno dei due ti restituisce il sorriso, e la loro espressione è di
pietra, i loro occhi sono più freddi del freddo che entra dallo sportello
quando, con un gesto brusco, ti permetton di scendere. Sei giunto ad Hanoi.
L’inverno
è ghiaccio ad Hanoi, ma non è per l’inverno che rabbrividisci ora che ti senti
scrutato da pupille dure e ostili, qualcuno ti porge un modulo dove elencherai
qualsiasi cosa tu porti addosso o in valigia, compreso l’orologio da polso, la
penna, gli anelli. E devi anche dire se insieme alle macchine fotografiche hai
rotolini in bianco e nero o a colori: i primi saranno sviluppati e censurati
dopo l’uso, i secondi sono proibiti. «Ne ho solo tre» menti rabbrividendo. E se
si accorgon che menti? Sanno che non sei comunista: al primo errore potrebbero
spedirti via con l’aereo da cui sei sceso. «Li consegni tutti e tre.» Li
consegni. Sali sull’automobile che ti conduce in città, attraversi il lungo
ponte distrutto su cui si accaniron le bombe degli americani, ti inoltri per le
strade deserte dove incroci soltanto qualche vecchio camion militare, arrivi
all’albergo: e solo allora la tua angoscia si allenta.
Ma
rimane l’amarezza, il dispetto di accorgerti che è assai più facile amarli da
lontano o dalla parte opposta della barricata.
Forse
li hai amati troppo, li hai pianti troppo, li hai idealizzati troppo. Visti da
vicino, non potevano che ferirti.
Ciò
che segue è il diario dei miei dodici giorni nel Vietnam del Nord. Attraverso
la Cambogia vi entrai, nel mese di febbraio, con una delegazione di donne
italiane: né fu facile.
Nessun
giornalista indipendente era mai partito dall’Italia per mettere piede ad Hanoi
e i nordvietnamiti sapevano bene che ero stata tre volte a Saigon, che laggiù
avevo seguito in combattimento gli americani, indossando un’uniforme americana,
portandomi in tasca documenti americani. Forse sapevan perfino che un giorno,
insieme a un pilota senza eccessiva pietà, ero stata su un A37 che aveva
bombardato la zona del Delta, sganciando napalm. Non credevo che il visto
venisse. Invece venne e quella sera, era un venerdì, sbarcai ad Hanoi. E da
quella sera annotai su un quaderno tutto ciò che vedevo, udivo, sentivo. Doveva
servirmi a ricavare una serie di articoli. Ma quando lo rilessi mi accorsi che
era molto più onesto lasciare il racconto com’era, al massimo completandolo con
ricordi, e appunti sparsi. Eccolo dunque. Ve lo do ben sapendo che irriterà chi
non deve irritare, compiacerà chi non deve compiacere. Ma tale è il destino di
chi fa il giornalista, obbedendo alla propria coscienza anziché agli interessi
dei più. Cioè, un destino assai scomodo.











