In libreria dal 30 luglio 2008, Un cappello pieno di ciliege (Rizzoli, 864 pp.) è una grande saga sulla storia della propria famiglia cui Oriana Fallaci lavorò per circa quindici anni.
Dopo la pubblicazione di Insciallah del 1990, romanzo attesissimo che aveva seguito di undici anni il successo planetario di Un uomo,
Oriana si era infatti ritirata a vita privata a New York dove, pur
conservando qualche raro contatto con la società americana, si era di
fatto allontanata dai dibattiti italiani e internazionali.
Dopo la pubblicazione di Insciallah del 1990, romanzo attesissimo che aveva seguito di undici anni il successo planetario di Un uomo, Oriana si era infatti ritirata a vita privata a New York dove, pur conservando qualche raro contatto con la società americana, si era di fatto allontanata dai dibattiti italiani e internazionali.
Tra il 1991 e il 1992 cominciò la sua guerra con il cancro che nel 2006
l’avrebbe uccisa. Nel frattempo, forse proprio a causa dell’«Alieno» e
del tempo che «s’era fatto corto» e «sfuggiva di mano con
l’inesorabilità della sabbia che cola dentro una clessidra», decise di
intraprendere il cammino lungo e tortuoso che da sempre sognava:
scrivere una grande saga sulla sua famiglia che, a partire dal XVII o
XVIII secolo, arrivasse fino alla propria infanzia, attraversando tutti
i «passaggi nel Tempo» che le avevano permesso di venire al mondo.
Perché, affinché lei nascesse, doveva esser nata sua madre; e affinché a sua volta la madre nascesse, le combinazioni avevano portato all’incontro e al matrimonio dei suoi nonni; e così via, scavando verso un passato sempre più lontano e del quale era sempre più difficile reperire informazioni, date, atmosfere e contesti storici.
Per la ricostruzione di quelle storie che discendevano – e dipendevano – dalla Storia reale, la Fallaci univa le voci di suo padre e sua madre, i racconti che le facevano dei rispettivi antenati. «Divertita ed ironica quella di lui, sempre pronto a ridere anche sulla tragedia. Appassionata e pietosa quella di lei, sempre pronta a commuoversi anche sulla commedia. Ed entrambe talmente remote nella memoria che la loro consistenza appariva più tenue d’una ragnatela». Dove Oriana non arrivava con precisione riportando alla mente i racconti dei genitori, interveniva la Storia a soccorrerla, ad aiutarla, a crearle nuove corrispondenze e cornici in cui ambientare le sue narrazioni. E quando neppure i libri, gli archivi, gli Status Animorum e la consulenza di esperti sembravano sufficienti a «riportare in vita» un suo avo, interveniva il filtro stesso della narrazione, il viso, il carattere, il quadro che la mente della Fallaci aveva dipinto intorno a lui.
A quel punto il personaggio aveva davvero ripreso vita nella sua testa, e come la stessa Oriana confessa nel prologo al libro la ragnatela della saga «si infittì, si fece un solido tessuto, e le storie crebbero con tanto vigore che a un certo punto mi divenne impossibile stabilire se appartenessero ancora alle due voci oppure se si fossero trasformate in un frutto della mia fantasia».
Secondo le intenzioni di partenza, a dare inizio al romanzo ci sarebbe dovuta essere la vicenda di Ildebranda, ava condannata nel Seicento perché sorpresa a mangiare carne durante la Quaresima; in realtà di questa storia rimane solo un accenno all’interno di Un cappello pieno di ciliege; la difficoltà, anzi l’impossibilità di trovare informazioni ulteriori ha spinto l’autrice a traslare l’attacco della narrazione di quasi un secolo.
Siamo dunque nel 1773 quando il racconto di Oriana ci porta in Toscana, a Panzano, e ci descrive il primo anello rintracciabile della catena che la generò; ma insieme ci spiega come in quella situazione corse «il rischio più atroce che possa capitare a chi ama la vita e pur di viverla è pronto a subirne tutte le catastrofiche conseguenze: il rischio di non nascere».
Comincia proprio dal ramo Fallaci la prima parte della lunga saga che, attraverso le vite, le avventure, spesso anche le sfortune di decine di antenati ci farà attraversare due secoli di storia non solo italiana (il romanzo si spinge infatti fino al 1889); e con essa le vicende dei Launaro (protagonisti della seconda parte), dei Cantini (della terza) e dei Ferrier (storia emblematica che dà vita alla quarta e ultima parte).
Tante storie piene, «sommamente romanzesche» si intrecciano per ricreare cornici e personaggi lontani nel tempo, ma che conservano in nuce tracce del carattere di Oriana. Si passa dal biondo toscanaccio Carlo Fallaci e da sua moglie Caterina Zani, donna di campagna dalla quale la Fallaci ha «ereditato» il temperamento ribelle e stravagante, nonché la sete di cultura, a Montserrat, ragazza bella ma debole in cui Oriana non ritrova alcuna stilla del proprio sangue, a Francesco Launaro, che vive nella speranza di vendicare la morte del padre ucciso dai pirati algerini; si riparte, nella terza parte, con Giobatta Cantini, anarchico che ha donato a Oriana il desiderio di lottare per la libertà, fino ad arrivare ad Anastasìa Ferrier, donna stupenda, fuori dagli schemi, capace di emanciparsi al punto di abbandonare a Cesena la figlia concepita con un aristocratico misterioso (l’Innominato), lasciare l’Italia per quattordici anni e trasferirsi da sola in America.
Vicende che sanno di un tempo passato e lontano, ma riescono a dare nuovi contorni a una grande varietà di luoghi (solo in Italia, il Chianti, Firenze, Livorno, Pisa, Torino e le valli valdesi, Rimini, Venezia, Cesena; poi la Spagna, la Polonia, New York, lo Utah, San Francisco...), nonché a far rivivere una miriade di personaggi in bilico tra ricostruzione storica e mera creazione della fantasia.
Perché, affinché lei nascesse, doveva esser nata sua madre; e affinché a sua volta la madre nascesse, le combinazioni avevano portato all’incontro e al matrimonio dei suoi nonni; e così via, scavando verso un passato sempre più lontano e del quale era sempre più difficile reperire informazioni, date, atmosfere e contesti storici.
Per la ricostruzione di quelle storie che discendevano – e dipendevano – dalla Storia reale, la Fallaci univa le voci di suo padre e sua madre, i racconti che le facevano dei rispettivi antenati. «Divertita ed ironica quella di lui, sempre pronto a ridere anche sulla tragedia. Appassionata e pietosa quella di lei, sempre pronta a commuoversi anche sulla commedia. Ed entrambe talmente remote nella memoria che la loro consistenza appariva più tenue d’una ragnatela». Dove Oriana non arrivava con precisione riportando alla mente i racconti dei genitori, interveniva la Storia a soccorrerla, ad aiutarla, a crearle nuove corrispondenze e cornici in cui ambientare le sue narrazioni. E quando neppure i libri, gli archivi, gli Status Animorum e la consulenza di esperti sembravano sufficienti a «riportare in vita» un suo avo, interveniva il filtro stesso della narrazione, il viso, il carattere, il quadro che la mente della Fallaci aveva dipinto intorno a lui.
A quel punto il personaggio aveva davvero ripreso vita nella sua testa, e come la stessa Oriana confessa nel prologo al libro la ragnatela della saga «si infittì, si fece un solido tessuto, e le storie crebbero con tanto vigore che a un certo punto mi divenne impossibile stabilire se appartenessero ancora alle due voci oppure se si fossero trasformate in un frutto della mia fantasia».
Secondo le intenzioni di partenza, a dare inizio al romanzo ci sarebbe dovuta essere la vicenda di Ildebranda, ava condannata nel Seicento perché sorpresa a mangiare carne durante la Quaresima; in realtà di questa storia rimane solo un accenno all’interno di Un cappello pieno di ciliege; la difficoltà, anzi l’impossibilità di trovare informazioni ulteriori ha spinto l’autrice a traslare l’attacco della narrazione di quasi un secolo.
Siamo dunque nel 1773 quando il racconto di Oriana ci porta in Toscana, a Panzano, e ci descrive il primo anello rintracciabile della catena che la generò; ma insieme ci spiega come in quella situazione corse «il rischio più atroce che possa capitare a chi ama la vita e pur di viverla è pronto a subirne tutte le catastrofiche conseguenze: il rischio di non nascere».
Comincia proprio dal ramo Fallaci la prima parte della lunga saga che, attraverso le vite, le avventure, spesso anche le sfortune di decine di antenati ci farà attraversare due secoli di storia non solo italiana (il romanzo si spinge infatti fino al 1889); e con essa le vicende dei Launaro (protagonisti della seconda parte), dei Cantini (della terza) e dei Ferrier (storia emblematica che dà vita alla quarta e ultima parte).
Tante storie piene, «sommamente romanzesche» si intrecciano per ricreare cornici e personaggi lontani nel tempo, ma che conservano in nuce tracce del carattere di Oriana. Si passa dal biondo toscanaccio Carlo Fallaci e da sua moglie Caterina Zani, donna di campagna dalla quale la Fallaci ha «ereditato» il temperamento ribelle e stravagante, nonché la sete di cultura, a Montserrat, ragazza bella ma debole in cui Oriana non ritrova alcuna stilla del proprio sangue, a Francesco Launaro, che vive nella speranza di vendicare la morte del padre ucciso dai pirati algerini; si riparte, nella terza parte, con Giobatta Cantini, anarchico che ha donato a Oriana il desiderio di lottare per la libertà, fino ad arrivare ad Anastasìa Ferrier, donna stupenda, fuori dagli schemi, capace di emanciparsi al punto di abbandonare a Cesena la figlia concepita con un aristocratico misterioso (l’Innominato), lasciare l’Italia per quattordici anni e trasferirsi da sola in America.
Vicende che sanno di un tempo passato e lontano, ma riescono a dare nuovi contorni a una grande varietà di luoghi (solo in Italia, il Chianti, Firenze, Livorno, Pisa, Torino e le valli valdesi, Rimini, Venezia, Cesena; poi la Spagna, la Polonia, New York, lo Utah, San Francisco...), nonché a far rivivere una miriade di personaggi in bilico tra ricostruzione storica e mera creazione della fantasia.











